Es dringt so tief und mild in mich hinein, ich fuhle das und werde so sicher, ohne Fleiss. Die Farbe hat mich. Ich brauche nicht nach ihr zu haschen. Sie hat mich fur immer, ich weisse das. Das ist der glucklichen Stunde Sinn: ich und die Farbe sind eins. Ich ben Maler. P. Klee 1914

Un senso di conforto penetra profondo in me, mi sento sicuro, non provo stanchezza. Il colore mi possiede. Non ho bisogno di tentare di afferrarlo. Mi possiede per sempre, lo sento. Questo è il senso dell’ora felice: io e il colore siamo tutt’uno. Sono pittore. (traduzione di Alfredo Foelkel – Paul Klee, Diari 1898-1918, il Saggiatore,  1976, seconda edizione)

Trovo nel bel catalogo La vertigine della non-forma questa citazione dei Diari di Klee, citazione che conoscevo in italiano, ma non avevo mai letto in lingua originale. La semplicità della lingua di Klee mi ha colpito. La traduzione della semplice frase “Die Farbe hat mich” in “il colore mi possiede” introduce un senso estatico e mistico che credo il tedesco abbia meno. Il Colore ha Klee. Lo ha per sempre.

Il colore è pittura. I monocromi, bellissimi, per certi versi non sono pittura, in quanto azzeramento, volontario, della dimensione plurale dell’esperienza cromatica.

“Io e il colore siamo una cosa sola”: quale altro manifesto può essere concepito per definire lo status di pittore?

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