A Londra, presso la National Gallery, si è aperta una mostra dal titolo “Turner Inspired: in the light of Claude”.

Da quel che leggo la mostra si ripromette di pagare il debito che Turner (1775 – 1851) sentiva di avere nei confronti di Lorrain (1600 – 1682), pittore francese, trapiantato a Roma e autore di numerosi paesaggi.

Ora i debiti che ciascuno di noi contrae (o sente di aver contratto) nei confronti dei propri maestri sono una cosa, i debiti effettivi sono un’altra.

Che la luce di Lorrain si ritrovi in Turner è in qualche modo vero, come è vero che la luce di Giorgione e Tiziano (giovane) si ritrova in Lorrain. Alla stessa maniera negli orizzonti del francese si ritrovano a volte alcune luminescenze leonardesche. E allora? Tutti ispirano tutti?

Certamente ciascuno di noi ruba ciò che può, ma se questo è vero, è altrettanto vero che se la natura non fa i salti, come ci insegnavano a scuola e come Darwin in qualche modo ha ribadito, l’arte, la produzione artistica a volte sì. Non spesso, magari, ma a volte sì.

Turner è un esempio di salto. Un bel salto. Un salto di venti o trentanni. Un salto nell’impressionismo puro a partire dal neoclassicismo.   Certo la stagione romantica ha aiutato l’idea, la concezione della visione che sottende i quadri, alcuni quadri di Turner, così come la sua passione per l’itinerario e l’abbozzo. Turner era un grande viaggiatore (specie in Italia) e durante questi trasferimenti prendeva continuamente appunti, schizzava, dipingeva anche. Il cogliere il momento è certo a fondamento della sua arte e dell’arte impressionista.

Cosa c’entra questo con Lorrain? Poco o punto, mi pare, anche se l’accostamento di alcuni quadri e la devozione che Turner espresse spesso nei confronti delle opere del francesce hanno giustificato e giustificano questo accostamento.

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