Altro film, altro regalo.

Il “Pollo alle prugne” racconta la storia di un grande violinista iraniano, Nasser Alì,  che un bel giorno decide di morire. Il suo violino è rotto e nessun altro violino potrà mai sostituirlo e dato che per un violinista suonare è vivere, l’impossibilità di suonare equivale alla decisione di morire.

 

 

Per questo il protagonista (cui non giova per noi italiani una rassomiglianza marcata con Giovanni del celeberrimo trio) si mette a letto, smette di mangiare e attende la morte.

Nell’attesa rivive la propria esistenza e noi con lui, lui che ventanni prima aveva incontrato la donna della sua vita, Irane (pronunciato Iran) e l’aveva dovuta lasciare per rispetto alla volontà familiare. Conoscendola aveva imparato a suonare, riuscendo ad estrarre dal violino, da quel violino, la musica dell’anima, la sua musica, la sua anima.

Ecco perché deve morire.

Il film è poetico e surreale, ironico e distaccato, allegro e triste, paralizzato nella espressione costante e fessa e disperata  del protagonista, ma al contempo pieno di raffinati ritratti minori e di una soffusa aria di grazia.

Tutto questo è così ben congegnato e realizzato che le evidenti allegorie politiche passano inosservate e tornano dopo, a visione compiuta, più come dubbi e domande che come certezze.

La musica di Teheran si è persa? Irane mandata in sposa ad un militare dal padre bottegaio è l’Iran che noi conosciamo?

Forse. Quel che più resta è il dramma umano di un matrimonio che non si doveva fare e che invece per la testardaggine di alcuni e la insipienza di altri si è fatto, col risultato che alla fine la musica si è rotta e tutto, con un sorriso, è scomparso.

Uscendo mi sono chiesto se non sia comune a molti giunti nel mezzo (o qualcosina di più) del cammin di propria vita rimpiangere, come citava qualcuno, la rosa che non colsi e più precisamente quell’amore giovanile travolgente che avrebbe potuto tutto cambiare. Tutti hanno una Irane da rimpiangere? E’ la giovinezza stessa? E’ la forza di carattere che alle volte è mancata?

Non so. Nasser Alì non potendo più suonare muore. Onore ed idea di sé, rimpianto e insopportabilità del presente si uniscono e ne decretano la sentenza. Speriamo un giorno Teheran torni a suonare.

ps: si segnala che Isabella Rossellini nel ruolo della madre di Nasser Alì non fa venire voglia di alzarsi e andarsene. Mi sembra un ottimo risultato.

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