Omaggio al neorealismo ? Evidente, certo, sì, il film dei fratelli Taviani è girato in carcere, Rebibbia, dove per l’educazione e lo svago dei carcerati si studia e si recita il Giulio Cesare di Shakespeare, o, per lo meno, una sua sintesi filmica.

Il risultato, come sempre capita quando si spolvera e si lucida per benino il testo del sommo, è fantastico. Ricordo che un risultato analogo lo ottenne Kenneth Brannagh, non tanto con l’elefantiaco Hamlet, quanto con lo scioccante “Nel bel mezzo di un gelido inverno” del 1995, dove viene recitata una sintesi shackerata dell’Amleto che lascia senza fiato per ritmo e forza scenica.

Qui lo stesso, anche se ovvio il ritmo è molto meno sincopato. Shakespeare è pulito, terso, fragrante e calvalcandolo con rigore i fratelli Taviani, in un bianco e nero degno dell’Otello di Welles, indagano nel cuore dei carcerati, senza alcuno sconto sulla vita carceraria o su storie di contorno (come invece accadeva nel bello, ma meno intenso “Tutta colpa di Giuda” di Ferrario del 2009), e alla fine emergono con un film forte, denso, pieno.

Se non ci cercano solo storie divertenti, edificanti, o non si intende il cinema solo come evasione da luna park, questo è un signor film. Chapeau.

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