Molto interessanti le pagine 22 e 23 de “La Lettura”, inserto domenicale del Corrierone nazionale.

A pagina 22 Vincenzo Trione si chiede (e si risponde) se abbia senso tutta questa enfasi sulla vita privata di un artista. A pagina 23 Arthur C. Danto ci fornisce un resoconto della sua visione del documentario “The Artist is present” di e con Marina Abramovic.

Il punto chiave del bell’articolo di Trione (che consiglio a tutti, ma soprattutto a coloro i quali desiderano avere un elenco esaustivo su tutti i film realizzati sulle vite di vari artisti di ogni tempo) è quando si chiede: “ma il privato è tanto importante? E’ giusto fermarsi alla narrazione degli amori, delle delusioni, degli slanci, dei tradimenti? Quanto contano il tenore di vita, la provenienza sociale, il modo di parlare e di vestire, i gusti sessuali, le idee politiche? E’ corretto trattare Picasso come Jim Morrison o Dalì come Jimi Hendrix? Tornano alla memoria le parole di William Gaddis: “Che cosa vogliono dall’uomo che non abbiano già ottenuto dall’opera? (…) Cosa rimane quando l’opera è terminata, che cosa è un artista se non le briciole del suo lavoro?” Ecco il punto.”

E si risponde, Trione, giustamente, quando qualche riga più sotto dice: “Più affascinante scrutare gli artefici cui quel pittore ricorre per dipingere, come dispone gli elementi della composizione, gli sforzi che fa per rendere ‘naturali’ i suoi gesti difficili. Per arrivare a capire che l’artista non è un genio la cui mano è guidata da una musa nascosta, ma un sublime operaio, dedito ad un esercizio quotidiano, animato da consapevolezza tecnica, lontano dalle improvvisazioni, sorretto da calcolo, studio, meditazione. Ragiona solo con gli strumenti propri del suo mestiere. Si concentra sulla materia prima della sua avventura, la forma. Pensa ogni sua ‘architettura’ come un ingranaggio che deve funzionare. Sa di essere un ‘errore biologico’ rispetto all’opera che realizzerà. E che gli sopravviverà.”

Come non sottoscrivere completamente senza ‘a’ né ‘ba’? Magari i paragoni Picasso Morison o Dalì Hendrix io li avrei evitati. I due musicisti sono stati a loro modo geniali e non si capisce perché un artista-musicista o artista-attore non debba avere diritto ad una propria privacy completa (se lo voglia) (ma il problema è che spesso queste categorie di artisti sono molto e molto narcise, qualità, per così dire, che con il fare artistico c’entra come i famosi cavoli a merenda).

Quando l’artista si sovrappone alla propria opera, a mio modo di vedere, c’è un problema. Un problema di illuminazione, mi verrebbe da dire.  Cosa è illuminato? Cosa si vede? Cosa l’artista vuol far vedere? Se la propria vita, allora questo significa che lui/lei per primo non crede alla propria opera?

In ogni caso, leggendo Trione ripensavo a quando con amici pittori, nel giudicare vicendevolmente le proprie opere, si parlava di “opere che stanno” e “opere che non stanno”. Quelle che “stanno” sono quelle finite, che vivono senza bisogno di aiuti da parte di chi le ha create. Vivono. Stanno. Altre, quelle non riuscite, non stanno, hanno bisogno ancora di chi non le ha finite, sono quelle nelle quali la mano dell’artista si vede troppo, troppo visibilmente, troppo.

Ma la Abramovic è un’artista o una narcisa? Le sue opere stanno? Arthur Danto ci racconta che una delle preoccupazioni maggiori della Abramovic è quella di pensare performance che possano (e debbano) essere realizzate da altri. Scenografia, regia teatrale, architettura si fondono, è evidente. Peccato che poi, però, da quel poco che so, lei, la Marina più famosa dell’arte contemporanea e non, debba sempre esserci, spesso nuda o discinta, spesso corpo esposto.

Il suo discorso è il discorso della dignità dell’artista? Io sono? E’ il discorso dell’opera e del suo rapporto  con chi la guarda?

A queste domande non so rispondere. Certo leggere il pezzo del signor Danto fa, a tratti, irritare la pelle. Quando si legge che ” Quei mobili banali – due sedie e un tavolo – erano pervasi da un carisma, un’aura, una sorta di trasfigurazione”, embé mi si permetterà scatta un irrefrenabile istinto all’insulto.

Non è vero che tutto ciò che un artista tocca diventa arte. Tutt’al più, come il povero Manzoni insegna, diventa operazione culturale, provocazione, lampo di genio, ma non per questo arte.

Farsi ‘opera’, lasciare che l’opera si incarni in se stessi, rappresentare con la propria vita e i propri gesti pubblici una idea di arte, quasi che questa fosse una religione, un misticismo, è faticosa vocazione che si segue o furbesco mezzuccio per tirare a campare? Cosa rimarrà della Abamovic? Filmati. Bene. De-materializzazione dell’opera. Al passo con i tempi, certo. Ma delle cose, di quelle cose che si toccano e si usano, e si spostano e rallegrano e fanno piangere, al toccarle, al vederle, all’annusarle davvero pensiamo che se ne possa fare a meno?

Provocare è legittimo, giovanile e sacrosanto. Usare sempre il corpo femminile ignudo, forse meno. Da questo punto di vista, l’operazione dello svizzero Urs Fisher per la sua personale a Venezia (una modella nuda seduta o sdraiata o in piedi su un divano cui tutt’intonro girano le opere di Fisher) non trova il mio plauso. Il mercato delle donne nude non dovrebbe essere altro rispetto all’arte?

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