Sabato sera siamo andati a vedere Hugo Cabret di Martin Scorsese.

Usciti dal cinema chi era con me mi ha detto che ero eccessivo, ma quando un film fa dormire ( io, lo confesso, ho dormito della grossa per un bel pezzo), uno non può dire di aver assistito ad un bel film.

Passi se fossi stato a casuccia mia, ma permetterete che il mio animo cripto-genovese gemeva all’idea degli eurini buttati in vano.

Detto questo per essere chiaro quantomeno con me stesso (come ammoniva il grande Gunnar Myrdal), cercherò di argomentare questa stroncatura che per alcuni versi è certamente troppo osè.

Il film è poetico. Rievoca e rimpiange una fantasia filmica che oggi forse non c’è più o se c’è è del tutto diversa, intrisa com’è di effetti speciali. Quel che è sicuro è che non c’è più quella ingenuità nella visione che, per l’appunto, spingeva i primi spettatori di un filmato che ritraeva un treno entrare in primo piano in stazione a spostarsi per non beccarsi la locomotiva in fronte. Ora per ottenere lo stesso effetto bisogna spendere decine di milioni di euri e alla fine non si è neanche sicuri che gli spettatori abbocchino. Si è spostata quindi la frontiera del gusto e della concorrenza? certo, eccome.

Il film è anche tecnicamente ben fatto in quanto a riprese e ricostruzioni sceniche e effetti speciali, ma, perché un bel “ma” c’è, quel che ahimé non regge è la sceneggiatura, priva di ironia, di leggerezza, tutta centrata su trucchetti narrativi che vengono spesso disattesi (e prima si cerca di capire chi sia il venditore di giocattoli che accusa il protagonista di essere un ladro – cosa tanto nota da essere conosciuta anche dalla moglie del venditore di giocattoli che lo denuncia in quanto tale fin dalla prima volta che lo vede – e poi si cerca un librino di appunti e disegni preziosissimo di cui poi non si saprà più nulla – ed infine si accenna a segreti che il protagonista, data la giovane età, non può ancora sapere e che non si sapranno mai).

Essa, la sceneggiatura, serve solo a proporre il racconto della nascita del cinema e di quanto era bello e romantico e affascinante quel mondo, nel quale i registi ideavano le scenografie e le dipingevano e poi dirigevano gli attori e recitavano essi stessi. Belli quei tempi, come bello era il tempo nel quale leggevo “Dalla Terra alla Luna” del grande Jules, romanzo che oggi non è possibile far trangugiare ad un ragazzo neanche con l’olio di ricino. Bello, ma passato. Ahimé. Che ci vogliamo fare? Notare che anche oggi si lavora nel cinema soprattutto di fantasia e passione? Certo che sì, ma è dai risultati che si vede se la passione ha prodotto buoni frutti e in questo caso, dato il ritmo (lentissimo, da dormire appunto) e gli sfilacciamenti narrativi, il risultato è un film pretenzioso, noioso, che solo a tratti riesce a far scattare la poesia del tempo che fu e del tempo che è.

Ultimo: la concorrenza anche nel campo cinematografico fa strani scherzi, no? nella stagione del trionfo di The Artist, anche Scorsese si cimenta con il ricordo dei film muti. Chi ha vinto? Per una volta quello che ha beccato più statuette. Va a finire che gli Oscar a qualcosa ogni tanto servono. In questo caso, il vincitore dell’Oscar (The Artist) ha vinto contro Hugo a mani basse. Troppo facile, forse, Messieur Scorsese.

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