A Palazzo Reale a Milano a furor di popolo è stata prorogata la mostra sulla Transavanguardia. Avrebbe dovuto finire questo week end ed invece ora va avanti fino, se non ho inteso male, al 22 aprile.

Transavanguardia, si sa, è un movimento artistico inventato da Achille Bonito Oliva sul fare degli anni ottanta (quelli da bere) che ha riunito cinque artisti italiani nati tra il 1946 e il 1956. All’epoca quindi avevano più o meno trentanni.

I cinque dell’ave maria sono: Clemente, Paladino, Cucchi, De Maria, Chia. Tre campani, un piemontese e un marchigiano.

Il movimento teorizzava un ritorno alla pittura, alla grande pittura, inteso almeno in senso quantitativo (le tele sono spesso enormi), una riscoperta delle origini culturali (cosa soprattutto evidente in Clemente, ma in chiave più strettamente pittorica anche in Chia), una attenzione ai fenomeni di oltreoceano.

La mostra presente in maniera diseguale la produzione dei cinque. L’uniformità sta nell’epoca di produzione delle opere esposte e nel numero delle stesse (circa una decina a testa). La diseguaglianza invece deriva dall’aver presentato di Clemente solo opere del ciclo Fourteen Stations, ciclo ideato e realizzato tra il 1981 e il 1982 per una grande mostra a Whitechappel Gallery dii Londra, tralasciando quindi altre opere precedenti e successive.

Si va quindi dai dipinti rilassanti di De Maria, in piena consonanza con l’editto Matissiano di un arte che allieti e riposi i borghesi,  ai richiami futuristi di Chia (bellissimo il dittico Ossa, Cassa, Fossa), dalle ossessioni di Clemente, ai voli onirici di Paladino, per giungere infine alle silenziose contrade (intellettuali e non) di Cucchi.

La mostra vale certo la pena, se non altro per rendere omaggio (e conoscere un pochino meglio) uno dei due movimenti che hanno reso l’Italia nel novecento non solo e soltanto una provincia dell’impero americano (l’altro è l’arte povera).

Dispiace il trattamento riservato a Clemente: che senso ha presentare un unico ciclo pittorico e non descriverlo neanche con un rigo nella tavola introduttiva alla sala e all’artista? (su clemente vorrei poi tornare un giorno)

Dispiace ancor di più quella sensazione di una mostra/mercato ospitata in spazi e a spese di una istituzione pubblica: troppe opere sono di provenienza di Gallerie d’arte private, il che certamente (spero) ne ha ridotto o azzerato il costo di noleggio, col contrappasso però di avere tutta evidenza di opere messe lì per esser vendute oltre che per poter / dover essere viste e ammirate. Non è così? Malizia eccessiva? Forse

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