Il terzo e ultimo spettacolo che ho avuto la fortuna di vedere è stato (sabato sera) il Flauto Magico diretto al teatro Piccolo di Milano da Peter Brook.

Anni fa avevo visto sempre con la regia di Brooks un Aspettando Godot che non mi aveva colpito. Questa volta invece la regia ha una forza, una grazie e al contempo una leggerezza tali da dover ammettere (felicemente) “colpito e affondato”.

La forza di Brook in questo caso è davvero, come recita la presentazione del Piccolo, d’aver tolto ogni cosa che non fosse strettamente funzionale alla storia e alla musica.

Una scenografia pulita, pulita, con alti rami o bambù su leggeri piedistalli da poter muovere secondo le esigenze sceniche. il tutto su uno sfondo scuro. Luci quasi sempre bianche e calde, senza infingimenti. Un pianoforte a coda da un lato. Costumi eleganti nella loro semplicità e cura. Tutti a piedi nudi e via a cantare e recitare questa storia del duplice amore, dell’amore sacro (quello che richiede sacrificio e purificazione) e dell’amore profano, tutta gioia, allegria, sensualità e sessualità.

Gli interpreti, ragazzi, perfetti, con un Papageno straordinario nella sua comunicazione anche gestuale e mimica. E ovviamente su tutto la musica divina di Mozart, anche questa portata all’essenziale dalla rinuncia alla orchestrazione, solo piano e canto.

Si esce consci di aver assistito ad un incanto. All’incanto dell’arte, quando diviene essenza, quando, lavorando in levare, lascia solo ciò che conta, suoni, colori emozioni.

Bellissimo. Vale la sopportazione del freddo in sala (non mi chiedete perché iunun teatro del prestigio del Piccolo si possa avvertire freddo, tanto da provare il desiderio di mettersi i guanti).

 

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