Prima di Miracolo a Le Havre, nel mio beneamato Tigullio ero andato con moglie e figlio a vedere Gioco d’Ombre, secondo appuntamento della saga di Sherlock Holmes.

Il film è carino, curato nei particolari (prezioso il panorama di Parigi con Montmatre in lontananza in costruzione) e vertiginoso nello svolgimento.

Qui finalmente Holmes incontra e battaglia direttamente contro il suo nemico mortale Professor Moriarty, che nei racconti, in realtà, se non erro, era un Colonnello e non un Professore, ma poco importa.

A noi tutti, ormai di memoria breve, stupisce vedere una Europa di inizio del 1900 tutta impegnata nel darsi battaglia, sfruttando idealismi anarchici e vecchie e nuove antipatie e odii nazionali.

Su questo sfondo, il film rappresenta lo scontro titanico tra quelle che vengono definite e descritte come le migliori menti della loro epoca. Intuitivo, anche cinematograficamente, Holmes. Scientifico Moriarty. Pazzo e fantasioso l’investigatore. Metodico e noioso nella sua perfezione criminale il Professore.

Probabilmente questa della imprevedibilità e fantasia è la caratteristica che più affascina del personaggio di Holmes, caratteristica solo in parte presente nei romanzi e nei racconti e che, invece, nei film, in questo come nel precedente, viene profusa a piene mani. In particolare più interessante è come il regista sia riuscito a rendere tale capacità analogica di Sherlock costruendo visivamente sequenze accelarate di immagini che permettono non di seguire, ma solo di intuire il percorso intellettuale dell’investigatore. In tale scelta, il regista ha attinto dalla cultura video dei trailer musicali e non, lasciando, per così dire, che grandi parti del film “vero” non siano altro che, visivamente parlando, trailer della contorta (ma efficace) mente di Holmes.

Come dicevo, bello, vedibile, divertente. Si esce dal cinema un po’  come si uscirebbe da una lavatrice cui avessero finalmente aperto lo sportello dopo un breve, intenso, inebriante sciacquo con centrifuga finale.

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