Sabato sera dedicato a quella che credo una volta si chiamasse settima arte, il cinema.

Prima al cinema a vedere quell’incanto che è Almanya e poi a casa in dvd un tuffo in una specie di Shakespeare australiano.

Almanya è un piccolo, grande film che narra le vicende di una emigrazione felice. Il protagonista e la sua famiglia salirono in Germania negli anni cinquanta (più o meno) dalla Anatolia centrale e lì ci rimasero per cinquantanni, fino a che, ed è questo il tema del film, il nonno non decide di riportare tutta la famiglia “a casa” per una vacanza.

Durante il viaggio di ritorno verso il paesello natio, già ben in Turchia, dopo essersi fatto radere da un vero barbiere turco e aver ben mangiato, il nonno esce di scena, muore o come dice uno dei protagonisti evapora.

Come già in Little Miss Sunshine (che per certi versi ricorda), di seppellire il nonno per strada non se ne parla neanche a causa della burocrazia che, uguale in ogni parte del mondo, tratta e male la normalità ed incapace di gestire lo straordinario. Così il nonno torna davvero al paesello, anche se da defunto.

Il film è un inno alla Germania e alla Turchia, alla serietà e alla spensieratezza, alla coesione familiare e a quella figura patriarcale che in molte nostre famiglie non c’è più. Il nonno è Pater e l’essersi dato per tutta una vita alla famiglia gli dà il diritto incontrastato anche di imporre una vacanza non voluta e anche inizialmente contrastata da figli e nipoti.

Il film fa ridere e commuove, è ben costruito e francamente non sono riuscito a trovarvi pecca o mancanza: vale il biglietto e anche qualcosa di più.

Rientrati a casa con ancora quella voglia di film che i bei film riescono a darti, abbiamo affittato e visto Animal Kingdom, curiosi di vedere il film che aveva vinto il Sundance Film Festival.

Tanto Almanya è spensierato, quanto questo film australiano è denso e preoccupato. Tanto là la famiglia è un riferimento forte e positivo, quanto in questo essa è un incubo.

La madre morta all’inizio del film porta l’unico figlio ad andare a vivere con la nonna e gli zii. Il problemino è che tutti quanti sono criminali braccati da una polizia australiana corrotta.

La nonna bacia tutti sulle labbra e chiama tutti “piccolini”, ma di tenerezza o ironia o leggerezza nel film non c’è traccia.

La polizia ammazza prima uno e poi un altro degli zii. I rimasti ammazzano poliziotti e qui ci va in mezzo è il nipote, l’ultimo arrivato, spintonato, strattonato, minacciato da zii, nonna e poliziotti perché testimoni o non testimoni contro la sua famiglia.

Alla fine il ragazzo, come già Tom Cruise in The Firm, riesce a trovare il buco nella rete che sembra chiuderlo e soffocarlo in un angolo. Accetta di testimoniare il falso e salva gli zii, torna in famiglia ed ammazza lo zio paranoico, cui, si intuisce, molte delle malefatte familiari erano da inputarsi. Poi abbraccia con tenerezza la nonna.

Il film ha l’impianto di una tragedia shakespiriana senza averne la profondità psicologica. Non brutto, affatto, manca però di una descrizione più accurata delle vere gerarchie familiari, tanto che il ruolo della nonna ad un certo punto emerge con una certa sorpresa, mentre si intuisce solo a tratti (e non del tutto) il perché lo zio che viene ammazzato per ultimo sia il vero boss della famiglia.

Insomma:  la famiglia è un incubo o una salvezza? Dipende, ovvio. Da famiglia a famiglia. Da nonno a nonna. Certo nella famiglia di Animal Kingdom manca la figura maschile di riferimento, chi imponga la legge e decida cosa è bene e cosa è male. La tenerezza e la melassa della nonna non bastano a far crescere figli e nipoti sani. Ma quella storia lì è quella storia lì e di donne con le palle che non avrebbero permesso lo sfacelo morale che ammorba tutto il film australiano ne conosciamo anche troppe. Il tema è se uno ha etica e forza a sufficienza, coraggio e determinazione nel rischiare il rifiuto dei figli, ma, come diceva il barman di Irma la dolce, questa è un’altra storia.

Annunci