Stasera, poco fa, siamo stati a vedere Marco Paolini nel suo ultimo spettacolo “ITIS Galileo“.

A dispetto del titolo, lo spettacolo non racconta di qualche scuola del nord est e delle difficoltà che gli insegnanti hanno orni giorno nel combinare il pranzo con la cena, ovvero l’insegnamento con le ristrettezze economiche imposte ai vari istituti, ma parla proprio di lui, Galileo Galilei, il grande, il sommo scienziato, colui che ha introdotto il metodo che oggi noi chiamiamo scienza.

Paolini ci conduce per due ore abbondanti di monologo attraverso la vita di Galileo, dando anche gli strumenti (in una sintesi estrema stile bigino) per comprendere al meglio (per chi proprio ne fosse completamente digiuno) habitat intellettuale e religioso dal quale e nel quale il nostro ha vissuto.

Lo spettacolo è bello e Paolini al solito è bravissimo.

Al termine resta una sensazione, però, di sgradevole ipertrofia egocentrica.

Mi spiego: quello che Paolini ha elaborato è un testo che già così sopporterebbe bene la presenza in scena di altri attori, la condivisione del palcoscenico con altri ed invece, fedele nei secoli al proprio cliché di narratore solitario e prono alle attuali esigenze dello star system di casa nostra (poca roba, ma quella abbiamo), Paolini sta due ore da solo e fa le voci e recita la parte del doge e del cardinale, dell’ottico di Venezia e dell’inquisizione: perchè?

Perché viviamo in un’epoca nella quale si predilige il lavoro singolo a quello di gruppo? Perché questo protagonismo esasperato anche in un’arte per sua natura per secoli e secoli “comunitaria”?

Si guadagna di più? Cosa altro?

Per questo al termine con Paolini che corre su e giù per il palcoscenico ad inseguire il pendolo e balla e prima ancora si gode gli applausi aggrappato al pendolo in alto in mezzo allo spazio illuminato da un faro potente, che per gioco forza lascia il resto al buio, ecco per questo uno si chiede: perché questa ipertorfia dell’ego?

con stima, caro Paolini, perchè?

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