Il tema della giovane donna che, non solo uccide, ma taglia la testa al tiranno e all’oppressore è un tema tipicamente tardo rinascimentale e barocco.

In questa Artemisia Gentileschi non innova nulla.

Il nuovo in lei sta nella determinazione psicologica, nella fermezza e persino, da certi punti di vista, dalla crudeltà con la quale Giuditta con l’aiuto di una altrettanto giovane aiutante ammazzano Oloferne.

In Caravaggio, per esempio, non si leggeva determinazione, ma orrore per ciò che s’era compiuto o tutt’al più distanza, una distanza che ai nostri occhi appare essere più una sorta di difesa psicologica rispetto all’orrore che una reale assenza o peggio disinteresse.

Altri s’erano già cimentati ed altri lo saranno, ma solo la Giuditta di Artemisia è giovane, bella e forte e cattiva.

Lo stupro? Inevitabile pensarlo.

Certo la sua è una rappresentazione tutta “reale” e poco metaforica, onirica, simbolica.

Se pensiamo al modo in cui Klimt torna secoli dopo sul tema e rappresenta una bella e giovane signora che con un’aria di abbandono sensuale sorregge la testa della sua vittima, o, se, in modo storicamente più appropriato, ammiriamo nuovamente lo stesso soggetto dipinto dal di lei padre, Orazio Gentileschi, ecco capiamo a quali abissi letterari pittori maschi possano condurre il gioco nel rappresentare giovani donne che ammazzano per senso di giustizia.

Lei, Artemisia, rifugge tutto questo e ritrae per due volte lo stesso quadro, aggiungendo nel secondo un quanto basta di sangue, quasi che la crudezza e il realismo del primo non le fossero sembrati adeguati.

Solo le donne possono capire il risentimento di una donna? Noi attraverso gli occhi di Artemisia qualcosa intuiamo.

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