L’altro giorno, dopo aver terminato la visita ad Artemisia Gentileschi, io e la mia consorte abbiamo proseguito il pomeriggio artistico passeggiando tra e sopra le opere di Roberto Ciaccio nella sala delle Cariatidi sempre a Palazzo Reale.

Il passaggio dai pieni tardo rinascimentali e proto barocchi della Gentileschi ai vuoti sonori di Ciaccio (per di più installati in una sala volutamente lasciata deturpata dal tempo) è stato, come dire, scioccante.

Ciaccio espone lastre di rame e fogli monocromatici (o quasi) che passano dallo scuro al meno scuro, dalla notte all’aurora, dal blu di prussia ad oltremare lontani. L’insieme è silenzio e meditazione, se si è nello spirito giusto, oppure noia e incomprensione se si è sullo scettico andante.

Certamente la ricerca coloristica di Ciaccio è sopraffina. I suoi toni su toni notevoli ed il risultato, per l’appunto aiutato dal paesaggio devastato dal tempo della sala delle Cariatidi, è quello di una contemporaneità che ha perso il discorso, il logos, per rintanarsi nell’emozione, nella sensibilità, nelle notazioni delle sfumature.

Se si ha la bontà e la pazienza di leggere quel che Bodei (grande filosofo) scrive di Ciaccio sia nel materiale della mostra che sul sito del nostro si scopre che la poetica di Ciaccio è tutta incentrata sul confine tra scultura e archittetura, su una meditazione sul fare artistico, sul rapporto tra arti visive e musica, suono e colore e con questo si inizia ad intuire cosa animi uno che lavora sulla sovrapposizioni di colori monotono (ovviamente nella scuola di Rothko) e che deve essere rimasto affascinato anche dai portati filosofici ed in qualche modo esoterici della cosiddetta arte analitica.

Chi mi conosce sa quanto io ami poco questo genere di cose, non per posizioni filosofiche o politiche contrastanti, ma per la semplice ragione che se è vero, come è vero, che la pittura è un linguaggio complesso all’interno del quale colori, segni, racconti, ricordi, discorsi, tesi ed antitesi possono e debbono mischiarsi, confondersi, unirsi, farsi uno, allora ridurre il fare pittorico ad una sola dimensione (o minori dimensioni) tralasciandone altre mi pare amputare la potenziale grandezza del medium.

Tutti questi (colori e segni, per dirla sinteticamente alla Licini) sono forse gli estremi di cui parlava Barenboim quando ipotizzava quale compito dell’arte quello di unire gli estremi, senza rinunciare alla potenza di ciascuno di essi.

Se così è, le opere di Ciaccio, a loro modo bellissime, mi ricordano i ragazzi che per gioco provano a chi è più veloce saltando su una gamba sola. Perché limitarsi quando il buon Dio di gambe ce ne ha date due? Perché questa afasia? Perché questi silenzi, quando il mondo, tutto, è ancora lì da essere visto, osservato e raccontato?

O forse le opere di Ciaccio ci vogliono semplicemente dire che il nostro Occidente non ha più nulla da dire, ma può solo ascoltare?

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