I cartelloni erano presenti in città ormai da mesi e per la verità qualche tempo fa avevo già fatto un tentativo di andare a vedere l’antologica inaugurata a Palazzo Reale dal titolo “Artemisia Gentileschi, storia di una passione”

Domenica sono andato. 

La mostra è molto ben organizzata e permette di seguire l’evoluzione della pittura della Gentileschi, dalle prime prove fino alla maturità. Da questo punto di vista la presenza in mostra in alcuni casi (almeno due) dello stesso quadro dipinto da Artemisa a distanza di anni denuncia da un lato come il lavoro di pittore sia un lavoro di ripensamento e rifacimento continuo e dall’altro, nel caso in ispecie, come la sua arte sia maturata e si sia impreziosita nel corso degli anni. Faccio notare, per inciso, che non sempre e non per tutti questo è vero, dato che è ben frequente che i risultati raggiunti nella prima maturità di un artista non vengano più superati, ma spesso neanche raggiunti o avvicinati, negli anni più tardi. Questo continuo miglioramente è segno di grandezza pittorica certa.

Certo, l’impostazione obbligatoriamente storiografica fa sì che la visione dei quadri sia naturalmente e necessariamente condizionata da ciò che si viene a sapere subito (posto che non fosse noto) della vita dell’artista e cioé lo stupro subito, ma soprattutto denunciato, il tribunale, le prove e torture sostenutee per arrivare alla condanna (lieve) del suo stupratore.

Questa conoscenza non aiuta, in verità, ad apprezzare appieno il valore pittorico dei quadri, dato che le scene di Oloferne o di Giaele e Sisara vengono immediatamente osservate più con l’occhio del gossip che con quello dell’amante dell’arte.

Peccato perchè la pittura di Artemisia ci ricorda molte cose essenziali della pittura di ogni tempo e, in particolare, ci ricorda come i dettagli, la cura dei particolari, la pazienza e la bravura tecnica nel disporre anche dei più piccoli scorci di luce o di tessuto siano fondamentali per la pittura.

Già perché se dell’impianto teatrale di molti dei suoi quadri (tutti?) si può parlare in termini di evidenti reminescenze caravaggesche, così come alla stessa maniera possono essere osservati le luci e la scultura dei corpi (che da Michelangelo viaggiano al Caravaggio e da lì a lei), la cura dei particolari e delle vesti è tipicamente sua.

Ci sono in alcuni dei quadri esposti delicatezze di crini e di veli che incantano, rammentandoci, per l’appunto, come la pittura viva anche di questo, oltre che di solidità e vigore e fantasia nella rappresentazione.

Poi certo l’insistenza sulla rappresentazione al femminile della storia rimanda prepotentemente al caratterino che deve avere avuto la Signora Gentileschi, caratterino che pare facesse al pari con una plastica bellezza, rendendo il tutto un cocktail irresistibile per molti dei suoi contemporanei. Ma a noi questo importa poco. Belle donne e di carattere è pieno il mondo e la storia. Di pittrici ahimé molto meno e francamente non se ne capisce il motivo.

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