Sul Corrierone nazionale, così come su un’altra mezza dozzina di giornali e informatori vari, si dava notizia ieri mattina dell’apertura a Roma il 16 settembre presso il Vaticano, Braccio di Carlo Magno (e dove è? risposta: praticamente in San Pietro, ovvero alla fine di Via della Conciliazione quando si sta per arrivare in piazza) di una mostra antologica del pittore parmense Carlo Mattioli (1911 – 1984).

Mattioli fu tutta la vita un artista appartato, tutto casa, famiglia e studio.

Nelle foto sul suo sito ufficiale  lo vediamo sempre elegante, distaccato, con le labbra composte, serrate, mai sorridente, se non così, come dire, di traverso, un po’ all’inglese e la cosa impressionante è che a guardarli bene anche i suoi quadri sono così, belli, raffinati, un po’ distanti.

ora che da ogni quadro emerga con chiarezza la personalità dell’artista è una banalità (e spesso un problema), ma se si vuole andare un poco oltre il consueto, ecco che bisogna riconoscere come per alcuni questa vicinanza, questa assonanza, somiglianza era ed è un poco meno lampante, evidente, mentre per Mattioli essa si impone, almeno ai miei occhi affaticati, come quasi tattile.

La sua pittura, che molto deriva dalla grafica e dalla illustrazione (e qui torniamo ad uno dei miei crucci, il rapporto tra illustrazione e pittura) (io che sono convinto che sempre si dipinge ciò che si vede), è sorprendentemente colorata, data la cura che il pittore vi ha posto nell’essere “a posto”, nell’essere giusto, a puntino.

Sorprendentemente, dicevo, perché il suo primo interesse pare essere non tanto la forma, intesa in senso novecentesco, quanto la figura, la sagoma, mi verrebbe da dire, il contorno, la grafica, per l’appunto, anche nei quadri suoi più esplosivi e nei suoi campi di lavanda.

Da questo punto di vista non sorprende invece che stranezza fra le stranezze per un pittore, Mattioli tante volte abbia tentato di dipingere la notte, quello stato di silenzio e di assenza nel quale ogni cosa è solo contorno.

Tutto questo porta le sue opere ad esprimere spesso uno stato di quiete e di calma, di distacco dalle umane e banali traversie, che, a osservarne le foto, deve essere stato un suo agognato (e mai raggiunto?) stato emotivo profondo.

Di solito, chi mi legge lo sa, mai mi sono spinto in tante stupidaggini pseudopsicanalitiche, ma in lui e nelle sue opere questo mi pare, ripeto, emerga con una certa chiarezza.

L’inno poi, riportato da tutti, alla sua rivendicata solitudine e autonomia, alla sua costante difesa di un fare artistico che era e voleva essere (e non poteva essere altro) pittura e solo pittura, francamente è un po’ stucchevole.

Anche Cezanne si difese dall’invadenza altrui e per la stessa ragione Gauguin fuggì in Polinesia (oddio anche per mollara debiti, moglie e figli, per la verità) e chissà quanti altri, maggiori o minori che siano, fuggono da qualsiasi altra pratica che non sia la matita, il foglio, il pennello, la tela. Dipingere è una malattia dalla quale a stento ci si salva. E per l’essere e olersene stare appartato poi, embé questa è caratteristica prima dell’animo pittorico.  Come sa bene, infatti, chi,  per gioco, diletto o professione, è pittore: chi dipinge non ama parlare. se no avrebbe fatto altro. il silenzio e la introspezione sono ingredienti essenziali alla pittura. Mattioli per certo lo sapeva bene.

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