La mia amica Mara mi segnala questa buffa (?) mostra che si terrà a Torino dal 16 giugno al 31 luglio.

Oltre ad essere una buona occasione per rivedere Torino, tirata a lucido negli ultimi anni, questa mostra è l’occasione per vedere un nuovo esempio di ciò che potrebbero fare le aziende come propria azione di comunicazione.

Infatti l’evento è sponsorizzato dall’azienda produttrice di ascensori Schindler che ha chiesto ad un gruppo di giovani e meno giovani artisti di cimentarsi nell’ardua prova di dare una veste artistica a quel non-luogo che è per antonomasia l’ascensore.

Qui ho già segnalato iniziative analoghe, anche se meno avventurose (nel senso che dicevo: dare un’anima all’ascensore, neanche Magritte ci avrebbe forse provato), che avvengono di quando in quando a Bologna, dove il locale agente assicurativo INA mette a disposizione, dopo averli opportunamente attrezzati, i propri spazi per varie mostre di giovani e giovanissimi artisti.

Soprattutto nel caso della finanza e delle assicurazioni queste paiono essere ideuzze facili, facili per conseguire almeno due scopi: accostare il proprio nome alla attività per eccellenza più umana, l’arte, e, soprattutto, far affluire in casa propria potenziali nuovi clienti sufficientemente acculturati da poter apprezzare offerte commerciali non banali.

Qui, a Torino, il caso è diverso. Evidentemente alla Schindler si sono posti il tema di come differenziarsi dagli altri produttori di scatolette di metallo, dando una dignità ai propri prodotti e sottolineandone gli investimenti fatti anche in termini di disegno industriale. Immagino che il ragionamento sia stato: dovendo passare qualche momento in un non-luogo, meglio che esso sia piacevole, pulito, di design (e quindi più rilassante) che una classica cassa da morto semovibile.

Fatto sta che delle opere esposte ne ho viste due, che propongo qui ed entrambe si muovono coraggiosamente aderendo ai desiderata dello sponsor. Come sempre più capita oggi giorno (per la verità questa è ormai quasi una tendenza monopolista), le due opere sono figurative classiche e fanno della sorpresa e dello spiazzamento il proprio tema pittorico. Che questa sia l’unica strada (quella figurativa classica) per fissare la nostra realtà io continuo a dubitarne, ma non c’è dubbio, dicevo, che da un lato essa sia la moda del momento e dall’altro che sempre si tratta di opere di qualità tecnica indiscutibile. Che poi interessino e scuotano il profondo, bè questo non è dato sapere e, almeno per quel che mi riguarda, non capita.

Io credo che lo spiazzamento non produca altro che un ritorno all’equilibrio, alla posizione ex ante, specie se prodotto dalla irrealtà di immagini perfettamente realistiche. Magritte è morto da un pezzo e di suoi emuli a quelle altezze di riflessione e poesia io personalmente non ne ricordo molti o nessuno.

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