Ieri sera passeggiando per Brera, qui a Milano, nella notte del Design, dopo un prosecco nello spazio Missoni-Richard Ginori e un saluto alla sedia di Chiavari (con gradita sorpresa nell’incontro col figlio di un noto intagliatore della mia città d’elezione) scendiamo, sempre in via Solferino, in una specie di cantina dove tra oggetti vari di modernariato si tiene anche una mostra dei lavori di Ludmilla Radchenko.

Ludmilla è una signorina di trentatre anni, molto bella, che arrivata dalla Russia qualche anno fa in Italia ha iniziato una carriera da modella e in tv (con partecipazione a non so quale reality), carriera che evidentemente le andava stretta, tanto che dopo un po’ si è decisa a riprendere ciò per cui aveva studiato da giovine e cioé designer e pittrice.

Fatto sta che al di là della cortesia, gentilezza e ironia, la signora Radchenko espone opere dal sapore decisamente Pop, costruite, ci spiega, dapprima al computer, stampate poi su tele di grande formato e, infine, dipinte e ritoccate con inserimenti pittorici di vario genere e natura (sottolineature, resine, makeup, ecc.)

Ora ciò che qui interessa non è tanto la qualità pittorica delle opere in sé (a volte giocate, come nella serie “l’arte di essere donna”, sulla provocazione della bellezza femminile), quanto sull’idea di lavorare su una serie di immagini già costruite e presenti per crearne altre e altre ancora.

Che questa sia l’idea sottesa a tutta la Pop Art è evidente e che questa operazione sia spesso connotata da furbizia commerciale è altrettanto evidente. Nel caso di Ludmilla oltre a tutto questo c’è una volontà di dialogo e di giudizio che tracima la compostezza dei rimandi e delle citazioni e rende evidente alle volte l’ironia dell’operazione, altre giudizi non banali sulle icone immortalate nello loro foto ufficiali.

Ma al di là di questo. mi chiedo, riconoscere che il palcoscenico artistico è troppo vasto per poter sperare di imporre una propria specifica e nuova capacità poietica è atto di intelligenza o di depressione? O viceversa, il mondo che ci circonda è tutto icone, marchi e prodotti e il resto non conta, non esiste, non merita d’essere ritratto, scandagliato, esplorato, narrato, dipinto?

E ancora: perché questo citazionismo, questa riflessione sulle Icone e sui Marchi è propria solo della pittura e non anche della letteratura o della poesia? Certamente i Marchi nella loro comunicazione si poggiano fondamentalmente sulle immagini, ma esse, le immagini, a loro volta non si basano su racconti, anch’essi “mitici”? Possiamo dire che un qualsiasi prodotto di Marca è solo l’immagine di se stesso o non c’è anche, oltre alla qualità del prodotto in sé, tutta una serie di comunicazioni verbali e scritte che raccontona il prodotto e ne costruiscono, al pari dell’immagine, il mito? E se indubitabilmente è così, allora, torno a chiedermi, perché solo la pittura ha svolto questo lavoro di smascheramento (o utilizzo) delle icone e dei marchi?

Detto in altri termini, perché Ludmilla, e prima di lei molti altri maestri dell’arte, riflette sull’immagine di Marylin (o su altre icone del vivere odierno), quasi che Marylin fosse solo immagine? Perché solo l’arte si pone questo problema e invece la letteratura si rifiuta di scrivere romanzi e poesie su Marylin, la sua vita, i suoi amori, la sua morte? Forse che per il resto, per tutto il resto le icone e i Marchi possono essere solo oggetto di studio, di saggi e solo per l’arte essi hanno potenza artistica?

Domande senza risposta, come è rimasta senza una risposta la questione solo abbozzata tra il sottoscritto e la bella e simpatica Radchenko se l’arte andasse anche toccata oltre che annusata, osservata, vivisezionata e composta e scomposta da vicino e da lontano dall’attento osservatore.

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