Quale filo può unire due film così diversi? A parte il fatto che spessissimo chi ha visto il primo, ha visto anche il secondo e gli sono piaciuti entrambi. Ma se piacciono allo stesso pubblico qualcosa di comune devono avere. Ma cosa?

Sicuramente una certa idea di cinema. L’ironia di molte scene. La cura nel descrivere le psicologie e un ambiente. Sì, certo, ma solo questo? In film così diversi, solo questo?

Chi li ha visti, sa di cosa parlo. Ma per chi non li ha visti parlo di due film diversissimi tra loro: il primo (Departures) giapponese fino al midollo, con il suo senso delle tradizioni e della cortesia ed educazione. Il secondo (il Concerto) russo, sì, ma soprattutto occidentale, con il suo sogno che la vita possa durare in eterno.

Il primo racconta di un giovane giapponese, violoncellista, che perde il lavoro che aveva sognato (l’orchestrale e il professore di musica), riconosce i propri limiti e si rifà una vita completamente diversa, radicalmente diversa, abbandonando quindi una tradizione, quella musicale occidentale, per rituffarsi in un’altra, la propria, quella giapponese, che fa sì che tornato nella città natale intraprenda l’antico (e abbandonato da tutti) mestiere dell'”accompagnatore dei defunti”, mestiere che nel piattume occidentale definiremmo semplicisticamente becchino. E con qualche ragione, d’altronde:  il suo compito, infatti,  è quello di lavare, vestire e truccare i defunti, deporli nella cassa e affidarli a chi ne curerà l’ultimo destino, cremazione o tumulazione che sia. In questa tradizione il protagonista ritrova un senso alla propria vita. E’ bravo. Composto. Dignitoso. Attento. Sensibile. E’ di conforto alle famiglie dei defunti. Ha uno scopo. E’ sereno.

Il secondo film è la storia di un famoso direttore d’orchestra costretto ad abbandonare la musica e a fare altro per sopravvivere, fino a che, con uno scatto di pazzia, coglie l’attimo e tenta di ritrovare la strada per il palco e per un concerto, concerto il cui esito felice farà sì che lui e tutti i suoi musicisti deleritti ritrovino dignità e allegria, nell’essere tornati a fare quello per cui si sentivano portati: la musica classica.

E quindi mi pare evidente cosa unisca film tanto diversi. Per prima cosa l’idea che esista sempre una seconda chance, idea che sembra molto occidentale, per la verità, ma che evidentemente non è (più) solo tale. Una speranza. I due film parlano di speranza. E questo ovviamente fa bene all’anima. E poi e anche: tornare alla propria tradizione è in entrambi i casi la chiave che apre o riapre mondi. Fare ciò che si è capaci di fare al meglio è la chiave che apre mondi. Banale, certo. Tradizionale, appunto.

L’altra sera Boccelli, il tenore, in tv diceva un’altra cosa che integra questo messaggio. Diceva che nella vita non bisogna solo fare ciò che si ama, ma che bisogna anche amare ciò che si fa. Forse, però, perché questa alchimia funzioni davvero bisogna che entrambe le cose siano vere e che chi è nato per dare pace alle famiglie attraverso la cura dei defunti lo faccia, così come chi è nato per la musica non vi rinunci.

Bellissima, per inciso, nel film russo la reazione della moglie del protagonista all’annuncio della “pazzia” del marito che vuole tornare a dirigere dopo ventanni: lei lo guarda seria e incazzata e gli dice che se lui andrà a Parigi a dirigere il concerto, allora non lo lascerà. “Se ci rinunci, ti mollo” questo è il messaggio di chi ci vuole bene.  Buona notte.

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