scena dal film: La pecora nera di Ascanio Celestini

Il primo ottobre  è uscito nelle nostre sale La pecora nera, distribuito  dalla Bim,   film diretto da Ascanio Celestini, con Ascanio  Celestini, Giorgio Tirabassi, Maya Sansa, Luisa De Santis, Barbara Valmorin.

Sinossi. Il manicomio è un condominio di santi. So’ santi i poveri matti asini sotto le lenzuola cinesi, sudari di fabbricazione industriale, santa la suora che accanto alla lucetta sul comodino suo si illumina come un ex-voto. E il dottore è il più santo di tutti, è il capo dei santi, è Gesucristo”. Così ci racconta Nicola i suoi trentacinque anni  di “manicomio elettrico”, e nella sua testa scompaginata realtà e fantasia si scontrano producendo imprevedibili illuminazioni. Nicola è nato negli anni sessanta, “i favolosi anni sessanta”, e il mondo che lui vede dentro l’istituto non è poi così diverso da quello che sta correndo là fuori – un mondo sempre più vorace, dove l’unica cosa  che sembra non potersi consumare è la paura.

Il film di Ascanio Celestini, La Pecora Nera, riesce a divertirci e nel contempo, a farci commuovere. E’ un racconto  aperto e pronto a denunciare le traversie che sono accadute  in un manicomio. Celestini, esordiente alla regia,  riesce nel suo intento. L’ Opera teatrale dell’attore si è trasformata in film.  La voce narrante è la sua, ed è  attenta a marcare il disagio, ad esprimere la difficoltà dell’abbandono e la disperazione di chi ha vissuto sulla propria pelle, l’esperienza in un istituto psichiatrico. Lontano dagli sguardi di noi normali, il paziente viene dimenticato o lo si vuol tener nascosto, e il suo disagio è considerato un male incurabile.
La coppia Ascanio Celestini (Nicola) e Giorgio Tirabassi interpretano il vissuto di due malati mentali al padiglione  18 del Santa Maria della Pietà di Roma prima che fosse approvata la Legge Basaglia, che avrebbe cambiato l’approccio della malattia. La recita  magistrale di Celestini,  e qui non vorremmo svelare le ossessioni che diventano tormentoni  dei suoi “tic”, si intreccia e si unisce con l’interpretazione delle suore e degli infermieri, anch’essi  rinchiusi  come i malati di mente. Il luogo del supermercato poi, che il regista utilizza come metafora di moderna sospensione  della capacità cognitiva, e quando i matti vanno a far la spesa è Celestini che  parla e le sue parole risuonano come macigni.
Celestini riesce a mostrare tutto  quel che riguarda l’infanzia di Nicola,  dai problemi d’amore con una compagna di scuola, fino all’incontro con una prostituta che i fratelli maggiori del protagonista si portano a casa, e la sua  successiva vita rinchiuso in un ospedale psichiatrico dove lo hanno dimenticato una mamma impazzita, una nonna  “ovarola”, un padre prepotente e due zii inadeguati. Le sue giornate sono scandite dalla spesa e accompagnate da una suora che prega e paga il conto e da un amico immaginario. Nicola,  un bambino solo sul cuore della terra, un uomo mai conciliato, mai integrato.
Ascanio Celestini, per la scelta di storie e temi di urgente attualità,  per la volontà di lavorare con volti inediti o poco impiegati sul grande schermo, è in grado di non sovrapporsi al messaggio superficiale offerto dalla cronaca e questo lo rende veramente originale. 

A cura di Cinemagora

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