Piero Manzoni morì a trentanni nel 1963. Un infarto se lo portò via. Viene da chiedersi quante altre cose avrebbe potuto fare una mente così esplosivamente tesa ad innovare e svecchiare la pittura italiana.

Tutti, più o meno, conoscono la Merda di artista venduta a peso d’oro (dopo averla cotta in forno e inscatolata).

Alcuni conoscono i fiati d’artista (nei confronti di uno dei quali mio figlio anni fa tentò, involontariamente, un attentato, buttandolo giù dal piedistallo sul quale era collocato – infarto, mio, che ho recuperato quello che per ignoranza credevo fosse un vetro soffiato – e non un palloncino gonfiato – poco prima che toccasse terra) (quindi confesso: ho tenuto in mano un Fiato d’Artista di Manzoni)

Pochi, ancora, i suoi monocromi. Ma quello che ancora meno hanno letto, che tutta una nuova generazione immagino conosca poco o punto sono i suoi scritti, di cui di seguito fornisco alcuni esempi.

Sono testi provocatori nella sostanza, non nella forma. Mentre l’Urlo di Ginsberg di quegli anni (prima, 1953, il fratello maggiore) scandalizzava più per la forma che per il contenuto (un poema all’amicizia e alla omosessualità – se ne erano già letti a iosa, ma non con quella crudezza e fantasia linguistica del tutto liberatoria), questi testi scuotono per quel che dicono, non per come lo dicono. Essi proclamano la necessità di una nuova arte che abbandoni pennelli e faccia della tela la sua partenza e non il suo arrivo.

Sono d’accordo? Non so, devo pensarci su. Intanto che lo faccio io, fatelo anche voi. Ecco questi estratti datati tutti intorno agli anni sessanta.

Per la scoperta di una zona di immagini

Senza mito non si dà arte.

L’opera d’arte trae la sua occasione da un impulso inconscio, origine e morte di un substrato collettivo, ma il fatto artistico sta nella consapevolezza del gesto; consapevolezza intuitiva, poiché tecnica propria dell’attività artistica è la chiarificazione intuitiva (inventio). Consumato il gesto, l’opera diventa dunque documento dell’avvenimento di un fatto artistico. Con la scoperta nasce la chiara coscienza dello sviluppo storico dell’opera d’arte. Intendiamo dunque l’arte come scoperta (inventio) in continuo divenire storico di zone autentiche e vergini.

Il nostro modo è un alfabeto di immagini prime. Il quadro è la nostra area di libertà; è in questo spazio che noi andiamo alla scoperta, all’invenzione delle immagini; immagini vergini e giustificate solo da se stesse, la cui validità è determinata solo dalla quantità di GIOIA DI VITA che contengono.

firmato: Camillo Corvi-Mora, Piero Manzoni, Ettore Sordini, Giuseppe Zecca – Milano, 9 dicembre 1956

Lo spazio totale

Il verificarsi di nuove condizioni, il proporsi di nuovi problemi, comportano, con la necessità di nuove soluzioni, nuovi metodi, nuove misure; non ci si stacca dalla terra correndo o saltando; occorrono le ali; le modificazioni non bastano; la trasformazione deve essere integrale. Per questo io non riesco a capire i pittori che (…) si pongono a tutt’oggi davanti al quadro come se questo fosse una superficie da riempire di colori e di forme (…). Tracciano un segno, indietreggiano, guardano il loro operato inclinando il capo e socchiudendo un occhio, poi balzano di nuovo in avanti, aggiungono un altro segno, un altro colore della tavolozza, e continuano in questa ginnastica (…). Il quadro è finito; una superficie d’illimitate possibilità è ora ridotta a una specie di recipiente (…). Perché invece non vuotano questo recipiente? Perché non liberare questa superficie? Perché non cercare di scoprire il significato illimitato di uno spazio totale, di una luce pura ed assoluta?

Immagini

“Non possiamo assolutamente considerare il quadro come spazio in cui proiettiamo le nostre scenografie mentali, ma come la nostra area di libertà in cui noi andiamo alla scoperta delle nostre immagini prime. Immagini quanto più possibile assolute, che non potranno valere per ciò che ricordano, spiegano, esprimono, ma solo in quanto sono: essere.”

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