E’ di oggi la notizia del premio internazionale per la pittura vinto da Enrico Castellani in Giappone.  Qualcuno lo definisce il premio Nobel per la pittura, ma che sia Nobel o non sia Nobel, certo è che non si ricorda altro artista italiano vivente che abbia vinto qualcosa di altrettanto importante.

Castellani è un signore oggi di quasi novantanni che per tutta la vita ha investigato su materiali e luce, sul rapporto tra materiale (tela) e la luce, restingendo la propria analisi in una rigorosa declinazione di questi due vettori, luce e tela, e annullando in varie monocromie ogni altra tensione pittorica.

E’ stato per un decennio almeno compagno di avventura di Piero Manzoni e qualcuno oggi fa notare come fosse strana e bizzarra quella coppia formata dall’esuberante e mai sazio Manzoni e dall’appartato e meditabondo Castellani.

Manzoni inventava e provocava e Castellani approfondiva e variava. Lavorava sulla luce, sul rapporto tra la luce e la tela, sulla tela ritmicamente pizzicata, come una chitarra, come uno strumento, estroflessa o introflessa, con un contenuto tattile che il colore e la forma non dovevano disturbare, tanto che i suoi lavori sono sempre (almeno nel suo periodo migliore) monocromi, spesso bianchi.

Nell stesso periodo anche Manzoni lavora sul a-colore, ma le inserzioni materiche in lui erano necessarie, mentre in Castellani meno, come un gioiello prezioso portato su una carnagione perfetta.

Come sa chi viene qui spesso, questa è arte, somma, certo, ma che non incontra esattamente il mio gusto, o, meglio, non lo soddisfa appieno, essendo io convinto che l’arte debba anche avere (ritrovare) un narrativo che è vita, ma, ciò detto, non c’è dubbio che questa accoppiata Castellani-Manzoni ha certamente costituito il motore dell’evoluzioni artistiche italiane (e non solo) degli anni settanta e oltre.

Chapeau, moussieur Castellani.

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