Ieri sera sono andato a vedere all’Anteo di Milano L’Urlo, film americano diretto da Epstein e Friedman presentato a Berlino e molto osannato dalla critica.

Come sa chiunque abbia letto i quotidiani di questi giorni, il film è la storia del processo che nell’anno di uscita (1957) fu celebrato contro il poema (breve estratto) appena edito a firma di Allen Ginsberg, poeta americano che con quel testo si guadagnò la fama di padre della Beat Generation.

Il film in realtà è un mix tra il resoconto di quel processo e una lunga intervista immaginaria a Ginsberg stesso, che parla, stravaccato su un divano, fumando e bevendo tè, di se stesso, di quell’epoca, della sua famiglia e del metodo creativo che lo portò a scrivere quell’opera.

Credo che il film possa essere definito interessante, ma non certo avvicente o bello (anche un po’ noioso, volendo), nonostante si avvalga del testo stesso, molto potente, da un punto di vista immaginifico e recitato più e più volte, e di una colonna sonora dolce e intrigante.

Uscendo si riflette su quel periodo e ci si stupisce della virulenza di un linguaggio che rimane crudo ancora oggi e che ben si capisce come scandalizzasse allora.

In realtà è ben noto che un’opera ha una importanza letteraria anche al di là dei suoi meriti tecnici. In questo caso l’uso del verso lungo di whitmaniana memoria e della ripetitività tipica delle ballate irlandesi e di lì americane personalmente non mi esalta (mentre non si può che rimanere attoniti, favorevolmente, rispetto alla potenza del linguaggio), ma non c’è dubbio oggi che l’importanza dell’Urlo di Ginsberg risiede principalmente in ragioni storiche.

Scrivere e pubblicare quelle cose nel 1957 fu esplosivo e pensandoci non ci si stupisce.

Tutto questo mi ha messo un po’ di curiosità e sono andato a rivedermi qualche dato anagrafico.

Ginsberg era un signore nato nel 1926 e come tale non aveva visto la seconda guerra mondiale, se non nelle figure e nei racconti di parenti e amici partiti per l’Europa o l’Asia orientale. Nel 1943, all’epoca di Pearl Arbour aveva 17 anni e a fine guerra aveva appena l’età per la leva. Tutto questo porta a ritenere che probabilmente, come giusto, vedeva quelle vicenda nazionali (e internazionali) con la distanza tipica degli adolescenti, molto più interessati al sesso che ad ogni altra cosa. La scoperta della sua omosessualità probabilmente era ancora ben di là da venire.

Scrivendo questo non posso non pensare a mio padre, di due anni più vecchio, tirato per la giacca nel 1944 dalla guerra, ma al di là di questo dato personale non c’è dubbio che l’adolescenza di chi come Ginsberg era troppo piccolo e distante anche fisicamente per vivere la guerra doveva essere una esperienza di grande attesa e mal celata impazienza per il ritorno ad un clima sociale più consono alle sue esuberanze giovanili.

Fatto sta che appena finita la guerra, si iscrive all’università e inizia a cazzeggiare, verbo che ahimé nel caso di un omosessuale assume uno spiacevole (?) doppio senso. Cercando di immaginarmelo, mi pare di poter dire che il giovane Ginsberg non sapeva cosa voleva fare esattamente, ma sapeva bene, montalianamente parlando, cosa non voleva fare esattamente: non voleva partercipare a quel grande lavorio e intraprendenza che anche in America connotò il dopo guerra.

Conosce gente, fa cose, scrive, pubblica, discute, si innamora e si rende finalmente conto appieno della propria omosessualità, arrivando alla piena coscienza di sé.

Poi va in California, dalla natia New York, e là alla soglia dei trentanni, quando la maggior parte dei coetanei aveva già moglie e figli,  pubblica l’Urlo.

1957

Nello stesso anno in Europa Fellini gira Cabiria, con le sue scene di povertà e ingenuità, e Bergman Il Settimo Sigillo.

La differenza credo stia tutta qui, in chi la guerra non l’aveva vissuta e in coloro i quali ne erano rimasti sconvolti.

Certo pensare che nel 1957 negli Stati Uniti a New York e San Francisco girasse così tanta droga di vario genere e a così buon prezzo da essere accessibile anche a gente squattrinata come Ginsberg fa una certa impressione. Che la distanza sociale tra loro e noi fosse abissale è noto e ben testimoniato dalla contemporanea uscita tempo fa dell’ultimo film dei fratelli Coen e del nostro Rubini, entrambi ambientati nello stesso anno dei mitici 1960 e abissalmente distanti da un punto di vista sociologico. Ovvio, quindi, certo, ma l’America di quegli anni era anche altra diversa, per certi versi più simile a noi, l’America dell’Estate calda con Welles e Newman, quella del profondo sud nel quale ai neri venivano solo dati calci nel sedere e si impediva loro di accedere alle scuole pubbliche.

Quindi anche negli Stati Uniti stessi c’erano abissi, ma ciò nonostante la storia di Ginsberg e del suo Urlo sembrano più proprie al 1968 che al 1957. Da quei semi l’America (e il mondo) ci mise dieci anni per far crescere la pianta di una più radicale ostilità ai valori del comune senso del pudore e, con esso, facendo di ogni erba un fascio, del Capitalismo.

Senza quei semi non avremmo avuto sette anni dopo i Beatles e i Rolling Stones. Senza saremmo stati orfani di quel rinnovamento delle coscienze che fu per certi versi la spallata al potere universitario del 1968 e forse niente Primavera di Praga e così via. Troppo? Certamente sì, ma poi neanche tanto.

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