Durante il week end il mio amico Maurizio ha comprato un libro su Matisse e sfogliandolo mi diceva che oggi l’arte non è più arte, ma che tutto viene deciso a tavolino, lanciando nell’orbita stellare del mercato internazionale dell’arte questo o quello secondo logiche incomprensibili.

“Ma che quello lì col pescecane in formaldeide è arte?”

Ora, negare l’esistente è operazione appartenente all’etica, che in quanto tale può avere un suo significato e una sua propria dignità, ma che aiuta poi poco a comprendere ciò che succede.

Il pescecane non è arte? Peccato che appartenga a ciò che oggi è considerata arte.

Quel che mi pare più utile è riconoscere che esistono varie funzioni svolte dall’arte, così come esistono varie tendenze dell’arte stessa. Il pescecane di Hirsch svolge (o meglio ha svolto) una funzione provocatoria e monumentale. Appartiene a quella sfera di creazioni artistiche il cui scopo è più pubblico che privato, è più emozionale che emotivo, occupa, o dovrebbe occupare, spazi pubblici e dovrebbe ricordare ciò che della natura c’è di spaventoso e di come noi si sia riusciti ad ingabbiarla (forse).  Sono, mi pare di tutta evidenza, operazioni fortemente connotate da uno spirito di meraviglia, da una tensione che vuole suscitare sorpresa e stupore, in questo del tutto in sintonia con una ispirazione del nostro tempo che trova nel barocco i suoi riferimenti storici più immediati (non per nulla a Napoli hanno aperto una mostra dedicata proprio al Barocco).

E’ arte? Certo che è arte. Cosa dovrebbe essere se no?

L’arte produce oggetti, che un tempo erano per definizione unici. Questo lo è. Che poi una delle tante riflessioni (e provocazioni) della prima parte del dopoguerra sia stata quella che portava alla negazione (o alla discussione) del criterio di unicità dell’opera quale criterion per decidere il sì o il no alla appartenenza alla sfera artistica, questo in questa sede importa poco.

E se l’arte produce oggetti secondo canoni di inutilità apparente, allora anche tutti i quadri e le sculture più o meno figurativi sono arte e oggi lo sono sempre più a maggior e rinnovato diritto (semmai l’avessero perso). E questa è una delle tendenze più forti cui assistiamo, che certamente nasce da una reazione agli eccessi di provocazione dei vari pescecani, ma che di per se stessa non può (ahimé?) negare all’altro l’appartenenza al medesimo circuito.

Questo è ciò che accade, mi pare:  sempre più opere figurative spingono verso i confini dell’arte le provocazioni e le astrusità intellettualoidi (e con essi anche tutta una sana pittura e scultura astratta – e qui l’ahimé è senza punti interrogativi di sorta) in un revival della comprensibilità immediata che certamente è importante e a mio parere essenziale per l’arte oggi, ma che non può esserne il solo metro giudicante.

Questa arte figurativa ha natura più privata che pubblica, più emotiva ed emozionante che emozionale, spinge, quando è buona, più alla riflessione e al pensiero che all’urletto da stadio. Ben venga, certo, quindi, senza che questo però significhi ostracismo per altro. Il mondo è bello perché vario, diceva mia nonna, e francamente non ho mai trovato ragioni che potessero contestare questa banalità essenziale.

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