Vincenzo Trione sul Corriere della Sera di ieri ha pubblicato un lungo articolo che segnala il ritorno della pittura.

Scrive: ” …. Siamo di fronte ad un paradosso, come sostiene Tony Godfrey in Today Painting (…). Si tende a parlare della pittura come di una disciplina di retroguardia, mentre alle aste i dipinti costituiscono i deu terzi dei lotti venduti. Solo perché i quadri servono ad arredare le case? Le ragioni sono altrove. Dipingere nel nuovo millennio non significa affatto replicare soluzioni. Esprime un’esigenza intertemporale: anche se aperta a contaminazioni. La scommessa è difficile: consiste, potremmo dire con Rosalind Krauss, nel “reinventare il medium”. Ci si deve portare al di là di ogni compiacimento estetizzante. ….”

E ancora (e termino): “… Fare pittura, però, ha anche un significato metafisico. Indica la necessità di reagire alla bulimia della contemporaneità, che cannibalizza ogni immagine. …”

Come non essere d’accordo (anche se magari con altri accenti e coloriture)?

Già Dorfles visitando Venezia l’anno scorso lanciava un grido di dolore in tal senso (e giustamente Trione lo cita).

Il ritorno alla pittura, o, meglio, il persistere della pittura (ché alcuni – molti – non se ne sono mai distaccati) è dovuto alla ricchezza e alla “facilità” del mezzo. La facilità porta qualsiasi cretino a pensare di poter far arte semplicemente imbrattando tele. La ricchezza fa sì che coloro i quali si fermino ogni tanto a pensare a quanto stanno facendo, alla tela o a l foglio che hanno di fronte e al suo posto nel mondo, al vedere e al riconoscere, al dire e al rievocare non possano che ogni giorno di più “innamorarsi” delle straordinarie possibilità tecniche che il dipingere implica.

Dipingere è atto complesso nel quale l’artigianato si fonde con il pensiero, la novità col già visto, il racconto con la folgorazione, il ricordo e la citazione (categoria abusata in questa nostra epoca critica) con l’invenzione, il nostro col vostro.

Quanto poi all’uguaglianza “ritorno alla pittura” = “figurativo” ebbene questa è tutta da discutere e va declinata, a mio modesto modo di vedere, nella riconoscibilità della cosa dipinta, del soggetto dipinto e/o dell’idea dipinta. Dipingere significa comunicare e comunicare significa, evidente, dire cose che gli altri possano intendere. Che poi questi altri cui ci si rivolge debbano avere studiato almeno un minimo la grammatica di un linguaggio, quello pittorico, che nei millenni si è evoluto passando dagli affreschi e dipinti romani alle tele attuali mi pare richiesta onesta, un po’ come chi visiti un paese sconosciuto prima di partire si attrezza con un vocabolario minimo utile per la sopravvivenza.

Interessante anche lo spunto a riguardo della bulimia. I giornali e i film con le loro sovrabbondanti necessità iconografiche creano ogni giorno nuove immagini che scimmiottando a destra e a manca, alcune volte con grandissima qualità e creatività (altre con squallido pressapochismo) rimbalzano sui nostro occhi e nella nostra testa appannando, spesso, la nostra capacità di apprendimento. Esse creano sì i presupposti affinché tutti noi si acquisisca quella grammatica di cui parlavo al paragrafo precedente, ma, a contraris, fanno annegare ogni immagine in un flusso di immagini proprio come un film rende non ricordabile ciascun fotogramma, per quanto studiato e bellissimo e innovativo esso possa essere. Ebbene la pittura, è vero, reagisce a questa catastrofe immaginifica e propone poche immagini. Ricordo De Chirico che a chi gli chiedeva perché producesse poco, rispondeva che a fare un quadro ben fatto ci vuole tempo.

Tempo richiede la pittura nel farsi e nel gustarla.

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