Partita da Catania, passata per Roma (se non erro) è adesso arrivata a Milano la mostra che accosta Burri a Fontana, mostra di cui avevo già parlato per la sua edizione catanese.

Qui a Milano la mostra è ospitata dall’Accademia di Brera, che prende lo spunto per accostare i lavori di questi due maestri ai capolavori normalmente esposti nelle sale dell’Accademia.

Questa operazione, al di là dei risultati contingenti, tali per cui qualche accostamento pare azzardato, suggella una qualità delle opere dei nostri che a me è sempre parsa palese: la classicità.

Tutte e due, l’uno (Burri) in maniera più evidente stante la maggiore complessità che normalmente contraddistingue la costruzione spaziale delle sue opere, l’altro (Fontana) in maniera più raffinata e intellettuale (ma non per questo meno significativa ed lampante), si sono sempre mossi nel solco della classicità italiana, innovando in questo una tradizione fatta di compostezza compositiva e di equilibrio di masse e forme.

Certo, le novità dell’uno e dell’altro non stavano in questo, ma nei materiali e nella gestualità, ma questa caratteristica io credo contribuisca (e abbia contribuito) non poco alla loro inclusione nell’olimpo dei grandi.

Lo spazio, il tema dello spazio, la sua ricostruzione pittorica e le sue variazioni sono sempre stati temi tipicamente italian. In questo entrambi erano e sono maestri.

Detto questo, la venuta a Milano di una idea nata altrove certifica ancora una volta come l’arte, la grande arte, quella sulla quale la gente e gli investitori spendono tempo e quattrini, sia sempre più un fenomeno assimilato e assimilabile ad ogni altro grande evento mediatico, sia esso uno spettacolo teatrale, un tour di un gruppo musicale o il viaggio di un capo di stato. Qualcuno lo pensa, lo vende, lo realizza e lo esporta.

La cultura si muove cercando evidentemente la massimizzazione dei profitti, o, almeno, la minimizzazione dei costi. Trasportare opere ed allestire costa meno dell’ideazione della mostra, della scrittura dei testi, dell’assemblaggio e della realizzazione del format. Deve essere così. Per noi poveri visionari meglio. I quadri si spostano e vengono a noi. Basta aspettare. E si crea anche quel leggero snobismo da cultore domenicale dell’arte: “io quella mostra lì l’ho già vista a Catania” – un po’ come quando esce finalmente in città un film già proiettato e visto altrove. C’è sempre qualcuno che anticipando per fortuna o volontà i tempi può dire: già visto, intendendo con questo: roba vecchia.

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