Segnalo sull’ultimo numero di Flash Art un interessante saggio / articolo di Catherine Wood, curatrice della Tate di Londra, che percorre in modo semplice ed ordinato i vari tipi di pittura che hanno caratterizzato i nostri anni.

Leggendolo riemerge con chiarezza come in un certo senso l’arte e la pittura si sia specializzata sempre più,  sempre più in confini stretti ed angusti, ben al di là, ovvio, della banale e sempre presente nelle discussioni da bar dicotomia “astratto” “figurativo”. Dico riemerge perché questa specializzazione dell’arte è sotto gli occhi di tutti e consiste soprattutto in una scelta del mezzo espressivo, laddove pennelli e colori ormai sono gli animali in estinzione della razza artistica. Chiaro, noto, evidente.

Quel che stupisce è però come in tutto questo specializzarsi scompaiano non tanto e non solo gli artigiani della tela, quanto coloro i quali si pongano l’ambizione del racconto, dell’idea, del concetto insieme, fusi, conglobati, inclusi, essenziali al resto dell’opera artistica. C’è chi grida, chi cerca lo scandalo, chi approfondisce colori, chi cerca un nuovo figurativo sempre più illustrazione che pittura, ma pochi, pochissimi, mi pare, cercano di fondere idee, coraggio ed estetica, storie e colori, racconti e pittura.

E’ come se l’arte si fosse automutilata in confini specialistici più simili alla scienza o al sapere che all’arte stessa. Sbaglio? Può darsi.

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