Qualche sera fa siamo andati a vedere il film “Bright Star“, storia dell’amore sublime che legò, durante gli ultimi tre anni della sua vita, il poeta Keats alla giovane vicina di casa Brawne.

Se vi piacciono i film in costume, ben recitati e con una fotografia di impeccabile fattura e di colori spesso fascinosi, allora questo è un film per voi.

Giocato meno sulla potenza romantica di Orgoglio e Pregiudizio di qualche anno fa, la trama ne ricorda le fattezze: anche in questo caso una giovane orfana di padre orgogliosa e belloccia si fa travolgere dall’amore, dalla passione amorosa, dall’estasi amorosa verso l’altrettanto giovane e tormentato Keats.

Keats, ricordiamo, al pari di Lord Byron e di Sir Shelley, morì poco più che ventenne in Italia, paese prescelto per cercare di lenire la tubercolosi dilagante in patria. Ma dell’Italia nel film ovviamente non si parla, se non per mostrare una piazza di Spagna romana all’alba (o di notte) deserta.

Nel film si descrive con cura la nascita e lo sviluppo di questo amore e le liturgie della società inglese di quei tempi, apparentemente rigorose nei tempi e nei modi (spedire quel che oggi sarebbe un innocente San Valentino ad una ragazza equivaleva esserne fidanzato), ma in realtà sufficientemente lasche tanto da permettere ad una signorina illibata di trascorrere sempre più tempo con un pari grado senza che questo fosse vietato (anche se, dice Maman nel film, “figlia mia ci sono già così tante chiacchere in società su te e il signor Keats”). Baci, leggeri baci, qualche abbraccio, ma nulla che ai nostri occhi possa suscitare noia o stanchezza (come invece mi capitò in quel film di Scorsese – l’età dell’innocenza – di qualche anno fa dedicato alla nuova società americana, lungo il quale e per tutta la sua durata una vedova adulta non cedette alle tentazioni della carne con un bel signore adulto anch’esso – suvvia, va bene, l’innocenza, ma lì si esagerò un pochino). Ma soprattutto poesia, poesia di immagini, di suoni, di parole e di sguardi.

Alla fine del primo tempo l’immagine del poeta che sale in cima ad un albero da frutta in fiore e vi si sdraia sopra merita forsa da sola il film.

Della regia della Campion che dire? Forse troppo insistita sui tempi delle stagioni inglesi? Forse troppo interessata a mostrarci abiti e tessuti (dai quali però, al contrario che dalla poesia, si possono trarre quattrini, come annota all’inizio del film la protagonista prima d’essere travolta dall’amore per i versi del poeta)? Forse sì, ma certo maestra nel contenere ogni giudizio morale e nel mostrarci una storia verosimile a ciò che effettivamente successe: due ragazzi innamorati e impediti dalla povertà e dalla malattia di lui.

Nessun giudizio, quindi, su romanticismo e dintorni, su una società pesantemente suddivisa in buoni e cattivi, poveri e benestanti, malattia e salute. Keats si ammala e muore di tubercolosi come sua madre, pare, e suo fratello, una piaga, quella, che diede il là a questa vena romantica, ma anche, molto più vicino a noi nel tempo, alle meraviglie filosofiche della Montagna Incantata.

Sulla poesia di Keats e dei romantici io personalmente, da italiano, convinto assertore della supremazia  di Dante e della scuola italiana, la trovo troppo leziosa, troppo attenta ai suoni più che ai significati, troppo insistita nelle assonanze apparetemente disvelatrici di oscure verità, ma che poi nei fatti, ad una qualche riflessione più attenta, si svelano quali esse sono: mirabili eleganze di stile e di giochi di parole, coì come quando, in uno dei suoi versi più famosi Keats dice:

“Beauty is truth, truth beauty, – that is all
Ye know on earth, and all ye need to know”

Tutto ciò premesso, dico: se vi piacciono le storie d’amore, in costume, ben recitate e ben illustrate, questo è un film che commuove.

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