Qualche tempo fa, Mario Rocca mi aveva spedito queste riflessioni che credo valga la pena di rileggere adesso in prossimità della mostra “Uso e Riuso: materiali, icole, modelli, Via Zumbini 6, dal 4 giugno al 20 giugno – inaugurazione il 4 giugno alle ore 18.”

Eccole:

“Quando ho cominciato a lavorare con continuità, era il periodo del concettuale. La pop art, qualche anno prima, aveva tracciato la strada dell’oggetto come ritorno alla figurazione. Ancora echi di informale e di gestualità proiettavano la loro ombra.

L’epoca della pittura intesa come lavoro di matita e pennello sembrava finita, non parliamo del mestiere del pittore. E ancora, così a tutt’oggi, imperava l’idea del nuovo ad ogni costo. Sempre di più la novità per la novità, lo scandalo e la sorpresa erano determinanti.

Tutte le vie della figurazione erano state scandagliate. Ogni particolare della grammatica dell’immagine era stato posto sotto microscopio. Le vie da seguire sembravano infinite, ma in realtà poi si chiudevano in poco tempo. Il perdersi in strade senza uscita il pericolo. Cosa fare? Dove andare?

Da sempre sentivo sia il bisogno di esprimermi attraverso righe e colori, sia la partecipazione emotiva ai gesti che il fare comporta.

Al di là di tutte le riflessioni astratte è stato questo bisogno che mi ha indirizzato.

Provengo da una famiglia artigiana, dove il lavoro trova la sua completezza e il suo valore nel manufatto terminato. Dove la personalità non si può inventare, ma è un dato personale quasi genetico e si esplicita attraverso la continuità del lavorare, imprimendo al manufatto la propria identità. La personalità non è cosa esteriore, non è una veste che si porta, è qualcosa di insito in noi. La vera personalità non ha bisogno di manifestazioni eclatanti, ma è un filo sottile che avvolge il lavoro.

Da sempre è stato criticato il mio non aderire ad una visione totalmente realistica, né a una puramente astratta. Questi due binari paralleli sembrano essere delle trincee imposte e non valicabili.

Disegno dopo disegno, tela dopo tela però mi accorgevo che quello che stavo facendo assumeva i contorni di un mondo a se stante, dove il bello o il brutto, il buono o il cattivo non avevano più importanza, ma era come entrare in un racconto, in una storia che andava srotolandosi. Ho continuato a lavorare come si legge un libro giallo, spinto alla pagina successiva. Come chi entra in un paesaggio,attratto da tutto, e non smette di osservare ogni particolare.

Ogni linea mi sembra un punto, una virgola del racconto, ogni forma o colore sono per me una novità e vanno ad aggiungersi ai precedenti.

Non lavoro per il quadro unico, anche se ognuno è un momento a se stante e concluso in se stesso.

Non mi importa la dimensione o la tecnica, lo schizzetto al bordo del foglio o la tela due per due, ogni lavoro è completo in sé e fa parte della storia che si va componendo.

Ormai sono decine d’anni che giornalmente traccio linee e stendo colori, cercando forme, esprimendo e di rimando avendo emozioni. Ripensando a quello che ho fatto, mi sembra di aver tracciato, a volte razionalmente altre più istintivamente, un “mondo di immagini” parallelo alla mia vita di uomo, ma anche profondamente autonomo. All’interno di esso sono facilmente visibili le tracce di esperienze che mi hanno interessato, e vicinanze ad un sentire comune con altri, ognuno ha dei padri e dei compagni.

A me sembra tuttavia, che ciascuna di queste figurazioni sia legata a quel filo sottile della mia personalità. Forse minima ma certamente mia. Non spetta a me di dire il valore o non di tutto questo, so però che davanti c’è ancora un foglio bianco e una tela da scoprire.”

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