Sabato scorso sono capitato nella mia beneamata Chiavari dal mio amico libraio Giorgio in piazza San Giovanni e sugli scaffali e tavoli della sua incredibile collezione di libri d’arte (Mario Rocca mi diceva giustamente che neanche a Genova c’è una libreria così fornita in tema di pittura ed io confermo che anche qui a Milano si fa fatica a trovarne pari) ho trovato un catalogo Electa del 1998 dal titolo: La collezione Giovanardi, Capolavori della pittura italiana del 900.

Il Professor Giovanardi, padre di molti vaccini e di molta cultura medico scientifica in Italia, insieme alla moglie collezionò nel dopo guerra una notevole quantità di capolavori, che ora le figlie hanno “donato”  al museo di Rovereto.

La sua collezione comprendeva opere di Morandi (principalmente) (il loro e più grande amore pittorico?), Carrà, Sironi, De Pisis, Semeghini, Campigli, Licini, Mafai, Tosi, Rosai, Breveglieri, Reggiani.

Fedeli ad una impostazione che voleva nel “riconoscibile” una delle qualità essenziali (ma non sempre: per esempio Reggiani) per definire la pittura pittura, i coniugi Giovanardi riunirono in casa loro quasi tutti i nomi della pittura italiana, fatto salvo De Chirico, Savinio e pochi altri.

Fatto sta che ho comprato questo catalogo certo perché incuriosito dalla vicenda umana di questi signori romagnoli, ma trasferitisi presto a Milano, ma soprattutto a causa del quadro riprodotto in copertina che mi ha letteralmente folgorato.

Il quadro è del 1928 e, si dice, sia stato dipinto al rientro dalla Romania, paese dove un Campigli già famoso trascorse una vacanza d’estate con la prima moglie.

La composizione, come spesso nei quadri più tardi di Campigli, ma qui anche di più, ha una solidità anche nei particolari, una consistenza che la puoi anche mordere. Lo studio della iconografia femminile, che più tardi “si ridusse” (e il virgolettato nasconde il timore e il tremore, la vergogna quasi, per l’uso d’un verbo riduttivo a riguardo di un’arte sempre somma) a sguardi, forme idealizzate, corpetti, ma soprattutto occhiaie, nasi e capelli raccolti, qui è a vertici che francamente non conoscevo.

La gonna della ragazza in primo piano, la sua schiena (ma anche i capelli) sono scolpiti più che dipinti con una qualità pittorica davvero stupefacente.

Le carte sul pavimento, per terra, lo sguardo assorto di lei che osserva il proprio solitario diviso tra un asso di denari, un sette di cuori e una regina, una regina di fiori, il suo braccio illuminato e il fianco sono ancora una volta sculture in pittura, vive, solide, assorte, certo, ma vive, tattili, cosicché l’effetto metafisico indotto dalla straordinaria confusione degli elementi visivi (l’acquedotto, il cavallo, l’idolo femminile che scende, la luna bianca) acquisisce da tale fisicità un sonoro che De Chirico cercò di inserire nei propri con il fumo d’una ciminiera, ma soprattutto una ombreggiatura spesso esagerata.

Si capisce come mai in quegli anni Campigli fosse così famoso da essere strattonato di qui e di là dell’oceano, tra una New York, alba di pittura e una Venezia e una Milano, una Parigi patria allora ancora della vera pittura.

Da questo punto di vista la deriva segnica impressa da Campigli alla propria pittura nella codificazione posteriore delle posture e dei gesti femminili forse non è stata una scelta felice.

Stupisce, infine, notare con piacere, con piacere notevole quanti Licini collezionarono i coniugi Giovanardi in vita loro, così come una sorpresa positiva sono le riproduzioni dei quadri di Mafai, dai colori allegri e potenti, che illuminano una Roma pare ancora fiduciosa del proprio avvenire.

Ciò detto quel Campigli merita un ritorno.

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