Come sapete, il 4 giugno alle ore 18 presso in via Zumbini 6 si inaugura una mostra collettiva di pittura durante la quale 6 pittori (M. Ceravolo, V. Lisena, E. Miglietta, C. Morelli, M. Rocca e, modestamente, il sottoscritto) si interrogano sui possibili significati pittorici del recupero, del riuso, del ritrovare e riutilizzare le cose del nostro presente o del nostro passato.

A questo evento ho dedicato un blog specifico (www.usoriuso.wordpress.com).

Qui, a partire da oggi e fino alla inaugurazione (6 giugno ore 18, Via Zumbini 6), presento, uno alla volta gli autori, con testi, osservazioni, domande e risposte sulla loro pittura.

La prima è Enza Miglietta, pugliese di origine, che lavora ormai da anni sul lago di Garda, in quel bel posto che è Malcesine (Vr).

Di lei è stato scritto:

“Muri di sopravvivenza.

Non sono solo i muri che permettono ad Enza Miglietta di raccogliere i messaggi itineranti, le scansioni cosmiche, i graffiti ancestrali, ma anche i monili, le composizioni, le istallazioni minime che ugualmente catalizzano il flusso esistente come può fare un magnete con limatura di ferro.

Ma i muri restano il segno più incisivo del suo guardare. Sì, guardare. Attraverso il suo sguardo ci si rendono manifeste le vere intenzioni degli dei, i bisbigli, le traiettorie, le apparentemente confuse semiologie, crittografie. Una sorta di pensiero debole del graffiti primordiale. Come quest’ultimo il tratto di Enza non vuole svelare alcun arcano, né ricostituire verità perdute, né stilare una cronaca dell’accaduto attraverso i suoi simboli, operazioni che di per sé ingenerano sovente nuove confusioni. E’ una danza dei grandi rettili, un minuetto delle forme più evolute che provano a mostrarci, ad esempio, i limiti della tecnica pensata, costruita.

Proprio come i graffiti, le traduzioni di Enza non sono delle stilizzazioni ingenue, come ci capita spesso di distorcere nei disegni infantili, ritenendoli imperfetti, incompiuti, ma viceversa trattasi di illuminazioni della mente pura, quella che non ha ancora assaggiato il nerbo della sovrastruttura. Roland Barthes dice che “il bambino è come il selvaggio, perché si astiene dal passare attraverso lo sguardo di un altro”.

Nella bellezza di Enza riusciamo esattamente a non fare questo errore, a tornare puri, per quanto ci è possibile, perché così come lei non traduce ma interpreta, ossequiando il dettato originale, allo stesso modo noi non decriptiamo, non cediamo alla tentazione di sovrastrutturare il messaggio, il linguaggio, ma semplicemente ascoltiamo non ciò che lei a da dire, ma ciò che lei ha da riferire.

Il vero artista si esautora gradualmente dalla significazione e se è bravo, come è brava Enza, ci fa dono della pace dei segni, mettendoci in grado di seguirne placidamente le sovrapposizioni, le reiterazioni, i beati equilibri che si compongono a loro solo e autentico piacere. Come vedere sorgere il sole.”

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