Roberta, Roberta Giaconi, giornalista, si è trasferita per un po’ in Sud Africa, mollando Milano e l’Italia e la ricerca (vana?) di un posto fisso o variabile qui da noi in qualche redazione (era alla Reuters).

Mi/ci ha mandato questo resoconto dal Sud Africa che pur non c’entrando nulla con gli argomenti normalmente trattati su questo blog, pubblico lo stesso come esempio, ottimo, di un genere di letteratura, il resoconto di viaggio, che ha avuto in Chatwin un grande esempio.

Ecco il resoconto:

9 maggio 2010
Cape Town

humanity was born in Africa. All people, ultimately, are African
(Apartheid Museum, Johannesburg)

Insieme a Cape Town abbiamo ritrovato anche internet e ne approfittiamo per mandare qualche notizia sudafricana.

La prima tappa è conclusa. Da Johannesburg a Maseru in Lesotho, da Maseru alle dighe, dalle dighe al Free State prima di atterrare a Cape Town.

“Non potete andare in centro, è troppo pericoloso, non c’è nessuno lì”, ci hanno messi subito in guardia a Johannesburg. In realtà la città brulica di vita, allegra e rumorosa, ma i bianchi non si azzardano a metterci piede. Si rifugiano in case bellissime protette dal filo spinato o nei centri commerciali, camminano soltanto nei giardini, si spostano sempre in macchina. Fanno a gara su quante volte sono stati aggrediti. “Io due volte con la pistola e una con il coltello”, ci dice il nostro padrone di casa. “Io e mia figlia siamo entrambi stati assaliti con la pistola al distributore”, ricorda un vecchio dirigente Alitalia. “A me hanno rubato la borsa la settimana scorsa”, aggiunge più modestamente l’impiegata di una casa di produzione.

Il trucchetto preferito, visto che qui le auto servono, è quello di fare la posta lungo la strada e aspettare la macchina desiderata. Quando arriva, si punta la pistola contro il povero guidatore, lo si fa scendere e si parte guidando felici. Una volta, abbiamo letto, una signora è stata fortunata. Un uomo con la pistola le è salito in macchina e le ha ordinato di uscire. Poi si è messo al telefono e ha scoperto che la macchina rubata non era quella giusta. Allora è sceso e se ne è andato scocciato restituendo le chiavi alla povera signora tremante. Non è un caso qui se su tutte le macchine affittate l’assicurazione prevede il furto.

“Abbiamo svenduto il paese”, si lamenta un signore. “L’apartheid era stupido, doveva finire, ma i bianchi potevano ottenere più garanzie invece di trattare in ginocchio”.

La tensione si taglia ancora con il coltello. Nei ristoranti la sera ci sono solo i bianchi, olandesi provinciali, biondi e un po’ tristi a guardare le partite nei pub.

In confronto il Lesotho, “il regno in mezzo al cielo”, è una ventata di allegria. Circondato in ogni angolo dal Sud Africa approfitta della ricchezza del vicino senza averne mai preso le tensioni razziali.

La gente non muore di fame e si avvicina per fare domande. Indossano tutti coperte colorate e un cappello che assomiglia alla forma delle loro montagne. Si racconta che dei commercianti inglesi regalarono al re del paese, alla fine del XIX secolo, una coperta. La popolazione, i Basotho, non ne aveva mai vista una. Restarono tutti incantati e iniziarono a comprarle dai commercianti stranieri. Le coperte sono di buona qualità, oggi ne ricevono tutti una al tempo dell’iniziazione e spesso continuano a utilizzarla fino alla morte. Dagli anni Novanta l’intero paese è stato messo al servizio di un enorme programma di costruzione di dighe per vendere acqua all’area di Johannesburg. Il Sud Africa si prende l’acqua, il Lesotho ottiene fondi e energia. La maggior parte del paese non ne sa niente. Vive nelle montagne in capanne di pietra e paglia. Tutti i bambini vanno a scuola e parlano inglese, ma a 12 anni devono lasciare e tornare a fare i pastori. Quando ti incontrano per strada ti chiedono caramelle, soldi o giornali da leggere. Fanno lo slalom tra le enormi pietre che cadono dalle montagne intrise di acqua sulle strade appena costruite. Quasi il 25% della popolazione è sieropositivo.

Un prete ci accoglie in perfetto italiano a Roma, la roccaforte lesothiana delle chiese. Ci spiega che i missionari canadesi si insediarono in quei luoghi, costruirono le chiese, il seminario, le scuole, l’unica università del paese. A fine XIX secolo il re dei Basotho convinse la popolazione a convertirsi e guadagnò così il fedele sostegno della chiesa contro l’avanzata dei Boeri.

Noi sudiamo per il caldo, i Basotho si lamentano per il freddo e si aggirano per i monti con coperte e maglioni pesanti.

Di ritorno a Johannesburg ci fermiamo nel Free State, la regione delle miniere d’oro. Ci presentiamo davanti al cancello di una miniera e chiediamo ingenuamente di poter entrare a vedere, mentre il personale controlla i minatori neri che entrano e escono dai cancelli. “I minatori illegali saranno severamente puniti”, si legge su tutti i cartelli. Il responsabile alla sicurezza ci prende sotto le sue ali e ci spiega il funzionamento dell’impianto. Non ci può far scendere in miniera perché la temperatura è sopra i 40 gradi e serve una preparazione particolare, ma ci racconta che sotto di noi, a 2,5 km di profondità, c’è una città sotterranea di tunnel e gallerie, un labirinto lungo oltre 40 km. Tremila minatori si avventurano ogni giorno nel buio per uno stipendio mensile minimo di 400 euro. Parlano fanagalò, la lingua artificiale delle miniere, un misto di zulu, afrikaans e inglese che il governo vorrebbe bandire per sempre. Le tonnellate e tonnellate di roccia che vengono tirate fuori servono a produrre ogni anno al massimo una tonnellata d’oro. “Secondo me le donne che amano i gioielli d’oro dovrebbero essere portate nelle miniere. Capirebbero il vero valore di quello che indossano”, sospira il nostro accompagnatore senza l’ombra di un sorriso.

Salutiamo Johannesburg insieme a una ragazza afrikaner incinta che sta per trasferirsi in Nuova Zelanda con la famiglia. “Chissà che cosa succederà qui in futuro, chissà che non diventi un secondo Zimbabwe. Nel caso, io non voglio esserci”.

 

Roberta Giaconi
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