Scopro oggi attraverso una bella intervista pubblicata dal Corriere (versione in stampa e non online) al Direttore Generale della Fondazione Palazzo Strozzi di Firenze che dal 26 febbraio al 18 luglio è in corso una mostra dal titolo “Uno sguardo sull’invisibile” che ospita, tra gli altri e principalmente, opere di De Chirico, Ernst, Magritte e Balthus.

Ora, al di là dell’accostamento del grande Balthus ai sommi De Chirico e Magritte, accostamento che per Balthus non può che essere estremamente gratificante (e sono quasi certo che se fosse ancora in vita l’avrebbe vissuto anche lui così), il tema della mostra riapre un dibattito sull’uso delle immagini come mezzo per realizzare altro e in particolare per rappresentazione il mondo contenuto in noi, piuttosto che quello  “fuori da noi”.

Con la particolarità, specifica di questi quattro autori (anche se in minor grado per Ernst), che le immagini usate non sono storpiate, distorte o caricaturali, ma esse sono, sono in sé, sono città, pipe, lune, ragazze dormienti e gatti, ma è l’uso di tali immagini, come dire, “corrette”, correttamente rilevate così come tradizione insegna, che le rende capaci di dirci qualcosa che va al di là delle immagini.

In un altro pezzo su argomenti simili, parlavo del silenzio. Ci sono pittori che cercano il silenzio nei loro quadri. L’azione è sospesa. Tutto è statico, estatico, in taluni casi, fermo. Silenzioso. Forse è questo silenzio che rende quelle immagini, quei quadri così pieni di senso, di significati, che tra-passano ad altro.

A latere della mostra e dei suoi contenuti e dell’egregio sito approntato alla bisogna, nell’intervista al signor Bradburne, architetto inglese, museologo, nonché Direttore Generale della Fondazione Palazzo Strozzi e in questa veste, pare, reinventore del Palazzo stesso comeluogo di cultura, ma anche di ricreazione, il sig. Bradburne, dicevo, lamenta varie cose del sistema dell’arte italiana e in particolare la eccessiva variabilità degli incarichi ai vari reponsabili e direttori, variabilità che non permette, ovvio, una programmazione meditata e coerente nel tempo, con connesse attività realizzative sia a natura educativa che ricreativa e turistica. Inoltre la politica è troppo presente. Tutte cose note anche a chi, come il sottoscritto, non segue professionalmente il settore.

Poi, però, cita una fatto che mi ha lasciato stupito. Dice che le grandi mostre monstre, questo ormai imperante modus operandi delle nostre istituzione museali che allestiscono mostre da milioni di visitatori, ecco questo è un non senso. Bene. Bravo. “Non bisognerebbe mai oltrepassare il limite di duecento persone a sala” dice il nostro.

Duecento persone a sala??? Sarà un refuso, un errore di stompa, come diceva il grande Peter Sellers nel doppiaggio italiano della indimenticabile Pantera Rosa? 

Se non fosse un refuso, ma fosse un dato reale, adesso capisco perché in certi casi non pare di essere ad una mostra di pittura, ma nella metropolitana all’ora di punta! Ma cosa possono vedere e capire duecento persone in una stessa stanza con dei quadri alle pareti? E’ evidente che dipende dalla grandezza della stanza, della sala, ma dato che si parla di numeri medi massimi, lo stupore rimane. Duecento? Ma io dire venti, dieci per sala, senza limiti di tempo, ovviamente, perché chi più vuol guardare e vedere, più possa e chi invece è un cultore del fast food pittorico fluisca come un’onda biricchina.

Duecento persone per sala! Sono ancora qui che ci penso.

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