Sul Corriere.it viene riportata una intervista a Jeff Koons pubblicata su carta sul prestigioso settimanale Io Donna.

Ricordo che Jeff Koons è un signore, più o meno della mia età, che cavalcò brillantemente la pop art americana inventandosi a simbolo della stessa uno (o più) palloni da basket contenuti in un acquario pieno a metà d’acqua.

Ricordo anche che le cronache rosa si occuparono di Koons all’epoca del suo travagliato matrimonio con Cicciolina, chiamata a sé per una serie di fotografie sull’amore ai tempi nostri e poi sposata e messa incinta, con relativo e finale litigio sull’affidamento della prole nata da tanta unione.

Ora l’ineffabile Jeff si espirme in multicolori oggetti, che protremmo anche chiamare sculture, in materiale plastico, sempre dal sapore ironico e allegro.

La vita gli ha detto bene e quindi si capisce che, come dire, abbia lasciato ad altri l’espressione di sentimenti quali il dolore, il rimpianto, l’angoscia et similia.

Ora dall’intervista col grande Jeff apprendiamo che, come il sommo Wharol, anche lui ha fondato una factory, nella quale lavorano 135 assistenti, grazie ai quali realizza ogni anno 10 quadri e 8 sculture. Non tutti, infatti, coloro i quali vogliono un Koons (e possono pagarlo) possono aver un Koons. La qualità, ci rassicura, viene mantenuta con un controllo assoluto dei processi di produzione. Bene. Ce ne rallegriamo.

D’altronde le grandi botteghe degli artisti del rinascimento non erano anch’esse delle Factories ante litteram. Giotto stesso non aveva una infinita schera di lavoranti? Certo che sì. Non si sarebbe potuto creare nulla di quanto è stato creato di grandioso in quei lunghi secoli senza squadre di artisti disciplinatamente agli ordini dei sommi. Non è questo il punto.

Il punto del disappunto emerge alla prima domanda e alla prima risposta.

Domanda: “Perché ha deciso di creare una factory?”

Risposta: “Il lavoro artistico è il gesto, l’idea. Creo le immagini al computer e i miei assistenti le realizzano al mio posto. Vengono create delle mappe molto elaborate e preparati i colori in modo tale che non debbano prendere nessuna decisione: sono la mia estensione. …..”

Questa è l’arte oggi. Computer, progetti.

Il disappunto nasce, però, dalla frase iniziale. “La creazione artistica è il gesto, l’idea.” Sono perfettamente d’accordo. La creazione artistica è il gesto che realizza l’idea. Senza l’una e senza l’altro non c’è arte, ma altro. Questo è il disappunto.

In lui, pare, ci sia l’idea, ma non il gesto (e d’altronde viste le cose che produce non si dubita che non esistano gesti, ma solo produzione industriale) e una idea senza gesto è ancora arte? La mano, la celeberrima mano di Picasso o di altri, la sensibilità sui pennelli e sui materiali non esiste più, non serve più?

Ecco il disappunto.

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