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Di recente a Milano c’è stata una grande mostra su Hopper (1882 – 1967), il più grande pittore americano della prima metà del novecento.

Molti hanno già sottolineato come Hopper abbia risentito della poetica della Metafisica di Di Chirico, tanto che ci sono suoi dipinti che sono chiaramente una copia di capolavori del maestro italiano.

Ciò che mi viene da pensare osservando i suoi quadri è come la pittura del novecento (e oltre) si sia inconsapevolmente (?) divisa tra coloro i quali cercavano di fissare un attimo già fermo di suo e quelli che tentavano la ventura del movimento.  Tutta l’arte è stata per secoli il tentativo di afferrare l’Immagine, tanto che per Bacon questo ero lo scopo della pittura. Riprodurre (o creare) l’Immagine, con la I maiuscola, quella rappresentativa, quella iconografica, lei, la sola, l’immagine.

Poi venne il futurismo che si proponeva di ritrarre il movimento, in sé, in quanto tale, nella sua caotica velocità, e sono venuti alcuni capolavori di Balla e di Boccioni.

Non che questa suddivisione avesse un senso in sé, nella cosa prodotta, stante che la prima, chiamiamola così, corrente di pensiero per definizione comprendeva la seconda. Comunque fosse prodotta e qualunque fosse il soggetto ritratto, il prodotto finale, il quadro era di per sé l’Immagine, quella con la I maiuscola.

Ma la suddivisione esisteva ed esiste ed ha un senso come dire di predisposizione alla visione, all’ascolto.

Nella pittura di Hopper si rallenta, ci si ferma, si è stabili, sia nella cosa e nelle persone ritratte che nella sua contemplazione. La pittura di Balla, di Boccioni e giù per le antiche scale quella di Pollock, Kline, Vedova muove e smuove, agita, attrae o allontana.

La pittura di Hopper affascina per il non detto, per il sussurrato, per il gioco del visto e non visto. Quella dell’espressionismo e dell’action painting, quando è grande, lascia basiti per la complessità e intensità e grandiosità della visione che ci offre.

Entrambi  i modi mirano all’Immagine, al nucleo centrale di ciò che si è visto e si vuole che altri vedano. Entrambi i metodi lavorano nel togliere, più che nel mettere, in levare, nel pulire ciò che si è visto per lasciare “ciò che va visto”. C’è sempre in pittura questa volontà che emerge, quello che si vuole mostrare. In Hopper è una umanità che non ha nulla da dire e gode del sole? Coppie che vivono vicine, ma non si parlano (ma solo si guardano, intensamente)? Case seccate dal sole? In Pollock energia allo stato puro? Musica che celestiale riempie le orecchie?

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