E’ in corso alla Triennale di Milano fino al 30 maggio una mostra su Lichtenstein e i suoi rapporti con i classici della pittura.

Lichtenstein, newyorkese del 1923, dipinse fino al 1961 (trentotto anni) ricercando se stesso nell’espressionismo americano, lavorando su temi della storia americana (nel 1958 dipinse una grande opera rieccheggiante Guernica di Picasso sul Trattato con i Sioux del 1851) e della cultura americana. In effetti già sul finire degli anni cinquanta dipinse qualche quadro ispirato a Topolino e Paperino, ma così, senza convinzione, esperimento tra gli esperimenti, quadri tra i quadri, soggetto tra i soggetti.

Poi nell’estate del 1961 la svolta. In vacanza con la famiglia, la figlia, copiò dei fumetti sempre di Paperino e Topolino e di lì la svolta. Quella era la sua pittura, quello era il suo linguaggio.

La pittura in effetti ha molto a che fare con la costruzione di un proprio linguaggio, con l’apprendimento di un proprio linguaggio e se la prima espressione mi rendo conto non sia per nulla paradossale (costruire un proprio linguaggio), la seconda (apprendere un proprio linguaggio) lo è certamente di più. Ma in pittura (e forse anche in letteratura) il proprio linguaggio lo si apprende nello stesso tempo, contemporaneamente, contestualmente al suo forgiarsi, alla sua creazione. E’ come se lo si sgrossasse. Se dapprima uscissero suoni storpiati, mal pronunciati, di una lingua appresa da piccoli, mentre mamma e papà parlavano tra loro in yiddish o in sardo per poi rivolgersi al bimbo nella lingua nazionale, italiano o inglese che sia.

Il proprio linguaggio, la costruzione del proprio linguaggio è così: è uno scavare, un pulire, un riportare alla superficie, una ricerca della armonia interna del linguaggio stesso, della sua coerenza, delle sue eccezioni.

Lichtenstein mi pare abbia fatto questo e se questo è vero il suo continuo rapportarsi agli altri linguaggi pittorici precedenti somiglia molto all’opera di quei poeti che si innamorano di colleghi di altre età e culture e li traducono nella propria lingua.

Certamente ha a che fare anche con la sottile ispirazione esistenziale che mi pare caratterizzò sempre l’artista di New York. Sottigliezza che non significa che i temi del dolore, del pianto, della crisi umana, dell’amore siano assenti in lui, ma sono sottili, trattati sottilmente, con leggerezza, leggerezza che, ricordo, Calvino diceva essere una qualità del nostro secolo che avrebbe dovuto essere esportata nel nuovo secolo, in contrapposizione evidente alla pesantezza delle ideologie di metà novecento con tutto il carico dei loro orrori.

Lichtenstein fa del fumetto in pittura il suo linguaggio. Individua in questo la vera cultura americana, così come Wahrol la individuò nella pubblicità e nelle scatolette e qualcun altro nella bandiera, e la storia, la nostra storia recente con l’invasione di fumetti e cartoni animati al cinema e sui nostri computer dice con chiarezza che aveva ragione. Il fumetto, il comics è diventato il linguaggio principale della nostra comunicazione, della comunicazione dei giovani, certo, ma anche nostro, e tutti, protagonisti e non, stiamo forzatamente abbandonando profondità e ombre per essere scattanti e piatte figure. Ma questa è un’altra storia.

D’altronde che la pittura dovesse finire anche lì una volta abbandonata la deriva naturalistica è evidente. Perché lì no? Colori piatti, assenza di ombre e di naturalezza sono tra le principali caratteristiche della pittura del secondo novecento e quindi i fumetti di Roy Lichtenstein ci stanno bene, eccome. Stanno in casa, negli spazi aperti, non rompono, rilassano con i loro gialli e il loro puntinismo di derivazione industriale, ripercorre in questo il comandamento di Matisse su un’arte riposante.

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