Stasera sono stato allo Spazio Tadini. La mia amica Anita, cantante e co-fondatrice dell’associazione musicale Musicapelle, me ne aveva parlato e me ne aveva decantato la bellezza.

L’occasione è stata, per l’appunto, il concerto per il giorno della memoria, spettacolo di testi, musica e canto, con Anita stessa, Anita Dordoni, soprano, l’attrice Giulia Cailotto e i musicisti Massimo Laura, chitarra, e Nicola Zuccalà, clarinetto.

Lo spettacolo è stato toccante, davvero. Della musica e del canto non parlo. Ho detto: Anita, la cantante, è mia cara amica e il mio giudizio, peraltro inesperto, potrebbe essere tacciato di partigianeria, anche se a me è parso che la sua voce, la voce di Anita abbia toccato punte drammatiche notevoli. Quel che voglio , però, segnalare sono i testi. Scelti tra i diari di sopravvissute (o no) ai campi di sterminio, sono stati di immediata bellezza. Li aveva trovati, insieme ad Anita,  Diego Pastorino, il mio amico Diego, recentemente scomparso, e quindi per me l’occasione era di quelle da non perdere per ragioni, come dire, squisitamente personali, ma, ma lo spettacolo è stato davvero emozionante, ripeto, per la qualità dei testi di cui si è data lettura.

Varrebbe la pena portarlo nelle scuole, ma questa è un’altra storia, di cui non si vuole parlare.

Ciò di cui si vuole dire, invece, è che la bellezza riferitami dello Spazio Tadini è stata tutta toccata con mano. Ex tipografia, lo spazio è davvero “uno spazio” (grande, bello) di cultura e pittura, che fa onore alla memoria del grande Tadini (poeta e pittore di ironia, cultura e colore infinito) grande, luminosissimo di giorno, immagino, aperto come è in alto da una vetri ex-industriali, pieno di bei quadri dei pittori Ossola e Pietrogrande.

Ossola è davvero sorprendente. Per uno come Ossola, settantaquattrenne, passato attraverso l’informale più rigoroso, attraverso, quindi, quella che lui stesso chiama la pittura della memoria, arrivare alla sua bella età ad una pittura tutta figurativa, ma non solo, fatta di una luce tersa, precisa, immortale, luce che fotografa luoghi di relitti industriali è davvero segno di giovinezza inventiva fuori dal comune.

Le stanze di Ossola sono luoghi nei quali l’umanità è scomparsa, si è dissolta, sparita, emigrata forse, ma certamente non presente, assente, eppure ancora lì, lì, nei ricordi delle cose, negli oggetti, nelle cianfrusaglie abbandonate.

Sorprendente. Tanto per capirsi, appena entrati nella grande sala sulla parete alla propria destra sta “vuoto esterno”, olio su tela di 150×150, 1970, di sapore informale e, per certi versi, spaziale. Tutto intorno e prima e sotto disegno di quell’epoca che si interrogano sul “perché gli oggetti abbiano la tendenza divenire simboli”. Poi ancora e tante tele come “Luce radente” o “Riflessi” del 2002 nelle quali il figurativo si fa denuncia di quello che Ossola chiama “il rifiuto”, l’immondizia, lo scarto, descrizione minuziosa di spazi, in una luce tutta nordica che richiama Rembrandt o Vermeer. Di Rembrandt e Vermeer, però, di quella epoca classica e felice (pittoricamente parlando, ché politicamente te la raccomando) è rimasta solo la luce. Il resto è maceria.

Sotto è ospitata una mostra di Lorenzo Pietrogrande, pittore di oche e di paesaggi, urbani e non. Per ragioni esclusivamente localistiche mi ha colpito un Tigullio (non quello riportato qui sotto – un altro, di cui non ho trovato l’immagine in rete) preso dalle colline dietro Zoagli o San Lorenzo, fatto di colori americani decisi, blu e verde intenso e là, nel mare, l’ombra bianca di quell’orribile tre alberi che qualche Club Mediteranee mandava a soggiornare davanti a Portofino. Bello, dico, di intensità coloristica non comune.

Eppoi un segno elegante che tratteggia oche e bagnanti e bagnanti oche in chiara ironia e sarcasmo per un mondo nel quale la stupidità ormai dilaga.

Belle tutte due. Merita il viaggio.

Spazio Tadini, via Jommelli 24 Milano (zona via Porpora)

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