Prima d’andare a vedere l’ultimo film di Rubini ero scettico, come sono scettico verso tutta (o gran parte) della cinematografia nazionale. Sceneggiature raccogliticce e capacità attoriale ridicole mi hanno negli anni allontanato dalla nostra scuola filmica.

Rubini, poi, in particolare, mi è sempre parso se la tirasse un po’, se la recitasse un po’ troppo da intellettuale, da “io sì che so”, “io sì che sono bravo”, e quindi quella generica diffidenza in lui trovava altro radicamento.

Devo dire che mi sbagliavo.

L’uomo nero è un gran bel film, poetico, leggero e pesante ad un tempo, ben costruito nelle sorprese e nei dettagli, con l’unica macchia forse dell’accoppiata Avvocato e Critico, sempre fastidiosamente insieme, con figli e figlie, quasi una caricatura del gatto e la volpe di collodiana memoria.

Questo piccolo particolare di sensibilità mia, però, nulla toglie, dicevo, all’impianto generale e alla narrazione che scorre piana, complessa e semplice insieme, piena di dettagli curati, curatissimi, con attori stavolta tutti bravi e all’altezza del compito e delle richieste.

La Puglia splende di ocra giallo, di bianchi, di luce potente. Bellissimo e, a tratti, struggente.

Due ultime notazioni. La prima pittorica. Il film come si sa tratta di un pittore della domenica, come li definisce ingiustamente il Direttore Politi di Flash Art. Un capostazione col pallino della pittura, che tralascia tutto e tutti per cogliere luci e colori della sua terra, per poi intestardirsi nella riproduzione fedele di un Cezanne.

Ecco, oltre ad annotare che la passione per la pittura è ciò che rende vivo e vitale il capostazione Rossetti, che irradia e dà calore a tutta la sua vita, verso la fine del film, durante la scena madre, il critico d’arte si spende in un discorso che al di là degli evidenti intenti denigratori, propri della storia, ha un qualche elemento di riflessione. Dice il critico che alle riproduzioni d’arte, e in particolare alla riproduzione del capostazione, manca l’aria di cui si è nutrito quadro e pittore dell’originale.  Dice:  “al tuo quadro, caro Rossetti, manca l’aria di Cezanne e quella non la potrai mai prendere”.

L’aria di Cezanne.

A quel quadro manca l’aria di Cezanne, dice, ma manca quella o l’atmosfera gustata dal critico quando vide a Parigi l’originale di Cezanne?

La fruizione di una quadro, l’esatta percezione della sua importanza, bellezza, spessore dipende dal dove e dal quando e dal come noi lo si osserva, lo si guarda, lo si tocca. L’aria di Cezanne, intendendo con questo la giusta predisposizione d’animo, calma, attenzione, voluttà, all’osservazione delle opere d’arte è essenziale al piacere dell’arte, al piacere che l’arte può dare. E da questo punto di vista nel film il critico non ha torto: per gustare un vero Cezanne bisogna essere pronti, essere disponibili, essere umilmente attenti nell’osservazione, sentire l’aria di Cezanne.

La seconda notazione è, come dire, a carattere sociologico. Pochi giorni prima ero andato a vedere A Serious Man del fratelli Coen. Entrambi i film, quello di Rubini e quello dei fratelli Coen sono ambientati nel 1967. Uno in Puglia e l’altro nel Connecticut. Il giorno e la notte. La luna e la terra. Terzo mondo ed Europa. Mentre di là si gioca a golf e si insegna fisica (e si fuma l’erba a dodici anni), di qua il treno è a carbone, in paese ci stanno le galline e i ragazzini corrono giù per le stradine sui carretti fatti con gli avanzi. Secondo voi la distanza si è ridotta?

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