Qualche giorno fa siamo andati a visitare la Cappella degli Scrovegni a Padova. Incredibilmente non c’ero mai stato ed era una delle cose che volevo assolutamente vedere.

Giotto, come si sa, è il capostipite della pittura italiana. In particolare degli affreschi degli Scrovegni si è già detto tutto e il contrario di tutto. Vorrei solo aggiungere poche veloci note.

La prima è l’impressionante quantità di lavoro svolta da Giotto e dalla sua squadra in due anni di lavoro. Trentasei storie sulle pareti laterali, cui se ne aggiungono quattro sui transetti, cui si aggiunge il grande affresco del Giudizio Universale, cui si aggiungono le diciotto monocrome illustrazioni dei peccati e delle virtù e i marmi e la volta celeste, tuto sta ad indicare una capacità di lavoro tanto straordinaria quanto la qualità dei risultati raggiunti.

Sottolineo questo perché i metri quadri dipinti non danno l’esatta idea dello sforzo creativo e realizzativo: ogni storia, ogni illustrazione, ogni scena è un diverso pensiero pittorico, è una diversa costruzione pittorica. Il tutto, ci dicono gli storici, in soli due anni.

La seconda annotazione sta nel riconoscimento dei tasselli fondamentali di quella pittura: solidità dell’impianto pittorico nella semplicità dello stesso (le masse, le azioni, i movimenti) e cura psicologica dei ritratti.

Spazio e dettagli.

Solidità e dettagli.

Entrare nella cappella è iniziare a sentire una sinfonia, una musica avvolgente, un suono di voci che ti solleva da ogni luogo.

Baremboim l’altra sera faceva notare come la musica sia un’arte fisica che entra nell’individuo e ne muove, fisicamente, l’organismo, un’onda, una frequenza capace di far tremare il nostro corpo e, in questa maniera, dar vita e sostanza all’anima.

Giotto (e la grande pittura tutta) è lo stesso: avvolge, comprende, prende, sconvolge, eleva, solleva, ampia, lascia che la mente si liberi e l’anima si nutra.

 

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