Qualche mese fa passeggiando in pausa pranzo mi è capitato tra le mani il libro di Flaminio Gualdoni dal titolo “Giulio Turcato”  Silvana Editoriale. E’ un libro del 2001 che raccoglie i quadri di Turcato di tre collezioni (Narciso Bonato, Paola De Angelis e Stephanie Ousler) e pubblica una ampia raccolta dei testi dell’artista mantovano di nascita e veneziano di elezione.

C’è anche una raccolta di testi critici di Emilio Villa.

Turcato è, come noto, uno dei maestri della pittura italiana del dopo guerra.

Partito da una pittura a carattere sociale, più Leger che Picasso, se ne è liberato presto approdando ad una visione della pittura leggera, elegante, raffinata, di chiara origine matissiana, ma che non ha mai perso occasione per confrontarsi e scontrarsi e darsi con ogni fremito vitale dell’arte del dopoguerra. Ecco quindi lo spazialismo. Ecco i monocromi. Ecco le composizioni alla Rothko. Ma tutti sono rimasti in qualche maniera Turcato.

In particolare i suoi quadri sono sempre stupefacenti per la grazia del colore e per l’eleganza e l’intelligenza pittorica messa in campo.

Come dicevo, attratto da tutto ciò che era nuovo, ne ha sempre dato una interpretazione personale e se nerbo, potenza, forza gli erano assenti, in lui invece abbondavano inventiva, sensibilità, attenzione, cura.

Bellissimi i collage degli anni settanta, per esempio, quando sulla tela insieme all’olio steso con pazienza e precisione univa carte colorate a formare danze  di leggerezza viennese.  La sua pittura si muove nella esplorazione continua delle possibilità del colore, unita ad una sensibilità per tutte le forme della calligrafia. Il segno in lui, infatti, è graffio, scivolamento di mano, segnale, più che segno, che una attività segnica è possibile, è data, esiste, a dispetto del colore e dentro il colore. Noi siamo un nulla all’interno del flusso della vita, sembrano dire spesso i suoi quadri. Un nulla che apparentemente ha molto da dire, significa molto e richiama ombre, corpi, apparizioni, oppure scritte, ideogrammi, segnali. Apparentemente, però, dato che il senso del segno sta solo nell’esserci, nell’essere segno, nel mostrarsi per poi scomparire travolto dai rossi e dai gialli.

Lo spazialismo di Turcato, quindi, si volge in breve in calligrafia orientale, in fascinazione di ritmo, di danza, che occhieggia, guarda, prepara il leggero decorso del colore. Se Licini aveva ragione nel dire che il colore è sentimento e il segno ratione, allora Turcato era tutto sentire, guardare, osservare e riprodurre con fantasia infinita le infinite combinazioni del caleidoscopio.

Questa lezione, la lezione di un colore che può vivere d’esso solo, senza incombere, senza opprimere come spesso capita con coloro i quali hanno prediletto e prediligono la monocronia, ma formando sinfonie, sonate, concerti di colori, ecco, questa è la lezione che il maestro Turcato più di ogni altro è riuscito a mostrarci.

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