Domenica sono andato a vedere la collezione Panza presso la villa del FAI che prende il nome degli ultimi suoi due proprietari, i signori Litta e Panza, per l’appunto.

Il conte Panza, da quel che ho capito, negli anni cinquanta fu spedito dalla famiglia negli States, probabilmente, dico io, a cercare di capire cosa fare della propria vita. Lì iniziò a collezionare quadri e non ha mai finito.

Oggi, abbondantemente in quel che si dice la terza età, è uno dei più importanti collezionisti d’arte del secondo novecento al mondo e sue opere sono prestate e regalate ai maggiori musei d’arte contemporanea, il Guggenheim in primis.

A Villa Litta Panza sono esposte le opere del periodo che sta intorno agli anni settanta, in America, ovviamente.

Opere monocromatiche che esplodono di colore o, al contrario, sommessamente ti chiamano ad essere guardate e osservate a lungo, nonostante la loro apparente inespressività.

Chi ha letto altro qui, sa che non sono un grande fan di questa pittura-pittura, di questo fare pittorico che si spoglia d’ogni altra velleità (dicono loro) ed esprime solo colore e pazienza pittorica, ma, ma quel che ho visto a Villa Panza mi ha fatto vacillare.

Intanto la stesura del colore, la maniacale e ripetuta stesura del colore fa sì che le opere occupino lo spazio in maniera magistrale e, se anche il loro silenzio, la totale e assoluta mancanza d’ogni racconto, visione, osservazione (che non sia il colore stesso) ovviamente rimane tale, esso incredibilmente alla lunga, nella continua sfilata delle stanze e degli ambienti inizia in qualche modo a parlare, a parlare dell’essere, della calma, della concentrazione, della tranquillità che chi fa pittura deve avere, ricevere, donare.

Meno apprezzata da me, ma non da altri, molti altri, l’arte minimalista fatta di neon colorati e di stanze vuote. E’ vero che gli ambienti, illuminati completamente e assolutamente di rosso o di giallo perdono i contorni e trasportano i visitatori in una altra dimensione, ma forse a causa del mio perenne stato critico la fascinazione in me funziona poco e non vedo e non sento altro che neon colorati accesi.

Invece in una stanza in fondo sono rimasto impressionato dalle opere di Graham, artista americano che vive nel Nex Mexico e che ha fatto del ritorno all’essere, alle tradizioni locali indiane e a contraris al budddismo la propria filosofia di vita. Una visita al suo sito comunque è consigliata. Lui in foto sembra un personaggio di Tarantino, ma i suoi quadri, le sue opere esposte alla villa, il blu intenso, la forma circolare, il tondo bianco e scaramantico e le assi sgimbescie messe vicine una all’altra ecco, come dire, valgono il viaggio (come se il resto non lo valesse)

Bello, insomma, merita. Grazie a viniciooo che me l’ha segnalato tempo fa. Grazie.

ps: le immagini qui sotto non vengono tutte da Villa Panza, ma sono comunque tutte di artisti presenti nella esposizione varesina.

ps1: Villa Panza nelle foto sembra un po’ l’ambientazione di Cluedo, ma vi giuro che è decisamente meglio di così.

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