Notato che l’invito proposto col precedente post è caduto nel vuoto (perché non mi scrivete? vi sto antipatico? e se sì, perché leggete sta roba?), mi veniva fatto di pensare ieri sera a quanto archittetura e design abbiano di fatto in parte o in tutto soppiantato il bisogno artistico di larga parte dei nostri concittadini.

D’altronde il design è arte concreta per definizione, no?

Fatto sta che si trovano spesso maggiori fonti di ispirazione sfogliando una rivista di arredamento che una rivista d’arte. Tanto l’arte spesso è esoterica, involuta, distante, quanto il design è vicino, ironico, tattile, “utile”. Tanto l’arte sembra aver perso senso e cognizione della propria funzione primaria, quanto il design, per obblighi commerciali, ne rimane vincolato, attratto, stretto, connesso.

E per questa via, per questo rapporto di ispirazione, di odio e di amore, di attrazione e repulsione dal mondo di quella che una volta si sarebbe chiamata “arte applicata” (non dimenticando che molti anche dei grandi vengono di lì, Wahrol in primis) si spiegano, immagino, molte delle evoluzioni di apparente matrice dadaista dell’arte contemporanea, cioé nella creazione di oggetti (colorati) assolutamente inutili quale reazione e controfferta all’invasione di sedie, tavoli, divani, spremiagrumi e lighter di design.

Ma se tutto questo è vero o almeno passabilmente verosimile, ci sarebbe da chiedersi quali siano i caratteri essenziali del fare arte oggi, cosa significhi l’espressione che prima ho usato sulla apparente dimenticanza da parte degli artisti della funzione primaria dell’arte. Fare arte è scandagliare il reale? E’ rappresentare la società? E’ dare libero sfogo al proprio sentire? E’ creare oggetti da arredamento? E’ rendere piacevole le nostre case e i nostri palazzi? E’ comunicare o mostrare? E’ dire o mentire?

Con questi simpatici quesiti domenicali, vi lascio.

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