Di Alberto Burri si sa tutto o quasi tutto. La laurea in medicina, la prigionia, il texas, i sacchi, le combustioni, il cellotex.

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Ne hanno parlato in molti e sulla rete sono presenti numerosi articoli (tra gli altri segnalo questi due: Simona Maggiorelli e Carmen Pernicola), anche perché pochi anni fa il Quirinale ne ha celebrato la grandezza con una retrospettiva molto ben fatta.

Quasi sempre si esalta il miracolo della sua innovazione materica, l’uso, per l’appunto, di non-pittura per fare pittura, innovazione che certo discende dai collage di Picasso e Braque, ma che li cambia, li degenera, li fa esplodere, ne porta la temperatura a livelli mai visti prima, tanto che esplodendo, le sue opere, hanno poi dato inizio ad unasuccessiva stagione assai proficua, pittoricamente parlando.

Ciò che mi preme, perché mai letto o letto solo come dire tra le pieghe, è sottolinearne la classicità e l’italianità. Burri è essenzialmente italiano. Il suo senso della misura e dello spazio, della geometria e dei contrappesi discende limpido da Giotto, da Piero della Francesca. Il suo modo di comporre il quadro è essenzialmente, intimamente italiano, nostro, della nostra terra, tanto che in certe sue opere, a guardar bene, c’è lo stesso ritmo calmo ed imponente di quell’altro gigante del nostro novecento che è stato Morandi.

In più in Burri sempre, anche nelle combustione e nei sacchi più anonimi, questa classicità della composizione si coniuga con un gusto ed un amore per il colore, per la sua ricchezza, il suo splendore, che può sorprendere in chi apparentemente ha iniziato incollando tele di canapa. Se bene si osserva l’opera non è mai neutra, incolore, anonima: è sempre colorata, viva, spessa, emozionante.

I suoi neri, i suoi rossi, i grigi sono sontuosi. Non trovo altra parola. Sontuosi. Degni di un re, di una corte, come erano sontuosi i cerulei del Tintoretto o i rossi di Caravaggio, Rubens, Velasquez.

La classicità e l’italianità di Burri è un argomento sul quale riflettere, specie oggi, in un’epoca che più che globale, in pittura, si vorrebbe rendere unica, omogenea. Mantenere vivo il senso di ciò che il nostro paese ha creato in termini di rapporti spaziali e di equilibrio nelle composizioni mi pare vitale, full of life, come avrebbe detto John Fante.

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