Da Adriano Penna, scrittore, ricevo e pubblico (chi voglia leggere il testo non a video, ma stampato in word clicchi qui: La treccia) (il racconto fa parte della raccolta A-Mors pubblicato per i tipi di Lulu, con l’introduzione di Tarcisio Muratore)

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“Viviana, se ti decidi a farti tagliare quella treccia dalla mamma… ti porto con me in Africa.”

Era il giorno del mio nono compleanno: era parecchio che papà mi faceva la corte con la speranza che io cedessi alle forbici. Era convinto che in piscina sarei stata l’eterna seconda… con quel malloppo in testa. Ma, quella lunghissima treccia bionda, per me era tutto. Era la bambola che stringevo tra le braccia la notte, e che aveva sostituito Romeo — il nostro gatto siamese — e Ugo — la mia tartaruga. Con i suoi artigli Romeo era riuscito a tirar fuori Ugo dalla sua casetta grigio-verde e mangiarselo vivo: io avevo buttato Romeo giù dall’attico… ma quel diavolo s’era salvato! I miei lo avevano regalato. La treccia era diventata una creatura viva a cui raccontavo tutto.

Ma l’Africa… l’Africa delle videocassette, delle gazzelle e dei leoni, l’Africa delle scimmie e dei gorilla… oh, l’Africa! I miei mi avevano fatto visitare già le principali città europee… ma erano tutte uguali, tutte noiose. A Natale mi avevano portata a Parigi, ad Eurodisney… e papà si era divertito più di me. Ma l’Africa…

E mamma aveva aggiunto: “Se poi ne troverai una simpatica, ti faremo portare a casa anche una scimmietta!”

Mentre le forbici di mamma tagliavano un pezzo della mia vita, io ero già lontana, correndo dietro le gazzelle, con la mia scimmietta in spalla. Erano appena finite le Olimpiadi invernali e papà doveva fare un servizio fotografico in Uganda. Da grande, diceva, seguirai le mie orme! Partimmo due settimane dopo il mio compleanno. Visitammo i parchi naturali del Kenya e della Tanzania. A parte la noia nell’essere costretta a trascorrere la maggior parte del mio tempo nelle piscine degli hotel a cinque stelle per mantenermi in forma (alla fine del mese c’erano i campionati regionali), aspettando che mamma e papà completassero quegli interminabili pranzi e cene circondati da quel buffo esercito di camerieri neri con quei grandi guanti bianchi e quegli stupidi sorrisi sempre dipinti sulla faccia… furono i giorni più belli della mia infanzia.

Le giraffe, lì in alto, quasi nel cielo, si accarezzavano strofinandosi i lunghi colli; i bellissimi ghepardi erano appollaiati, in bilico, sui rami degli alberi; gli ippopotami se ne stavano a pancia all’aria… una pancia color rosa, e poi facevano la cacca, enorme, e con la coda — come una girandola, a mulinello — la spruzzavano tutt’attorno… sino ai vetri del nostro fuoristrada. Poi un leone si avvicinò alla nostra vettura, guardò fisso dentro, si sollevò poggiando gli artigli enormi proprio sopra la mia testa, aldilà del vetro: ero terrorizzata ed affascinata: ero tra le braccia del più forte animale della terra! Mamma mi tirava verso di sé, urlando… ma io le diedi uno strattone e, pur tremando, schiacciai il naso sul vetro. E gli zamponi del re scivolarono, si fermarono, i suoi occhioni me li trovai puntati nei miei, fieri, un po’ assonnati: il mio cuore scoppiava per la gioia. Feci in tempo a poggiare la mia mano sulla sua zampa, sognai di toccarla. Poi il leone si tirò indietro, e senza più curarsi di noi, dimenando pigramente la coda, si allontanò.

Dopo dieci giorni di piscine e di safari, assieme ad una piccolissima scimmietta rossiccia che saltellava come impazzita nella gabbietta da cui non mi separavo né di giorno né di notte, una sera, al tramonto, atterrammo in Uganda. Ci aspettava il solito hotel a cinque stelle situato al di fuori della città. Fu una serata noiosissima, perché erano venuti quelli dell’ambasciata a farsi mettere la dedica sull’ultimo libro di fotografie che avevano pubblicato a papà. Come al solito fu una cena interminabile… ed io ne approfittai per fare una quarantina di vasche alla luce della luna.

Quella notte papà volle che dormissi con la mamma, terrorizzata dai gechi rossi che passeggiavano tranquillamente sul soffitto… e che qualche volta si staccavano, cadendo sul letto. Lui avrebbe dormito nell’altra stanza, così non ci avrebbe svegliato: doveva alzarsi alle prime luci dell’alba per andare a fare il servizio fotografico. Alle undici, poi, c’era il volo per l’Europa. Passai davanti a lui con la gabbia, mentre stava preparando le due macchinette fotografiche. Gli chiesi se mi portava con sé: arricciò il naso digrignando i denti, imitando la smorfia di diniego tipica della mamma. Ma esagerò tanto… che mi incuriosii. Ero quasi certa che andasse a fare delle foto a dei gorilla che avevano catturato… Ero stata assieme a lui nel parcheggio dell’hotel dove gli avevano preparato il fuoristrada, ed avevo visto perfettamente che le portiere non erano state chiuse a chiave.

Per tutta la notte non feci che fissare la scimmietta che — dalle sbarre della gabbia — mi lanciava sguardi malinconici, supplichevoli. Quando la sveglia di papà suonò, aspettai di sentirlo andare nel bagno. Mi infilai gli jeans, mi calai dalla finestra e corsi al parcheggio: mi nascosi tra il sedile del guidatore e quello posteriore. Il cuore mi batteva forte, papà si sarebbe arrabbiato di brutto… ma io dovevo vedere un gorilla! Il viaggio durò una mezz’ora, ma la musica allegra che diffondeva la radio e papà che le andava dietro canticchiando, mi tolsero il tremore di dosso. Anche se stavo accucciata, riuscivo a cogliere qualche spicchio di cielo ancora stellato; poi intravidi le prime case, i palazzi. Finalmente il fuoristrada rallentò, sentii mio padre chiedere qualcosa in inglese, fece altri pochi giri ed infine si fermò. Intravidi le sue mani che afferravano la macchina fotografica, lo sentii armeggiare, caricarla, aprire la portiera, saltare giù. Il suo parlottio in inglese venne soverchiato dal rombo di un motore. Cominciai a tirarmi su, a sbirciare fuori: c’era un grosso camion che raccoglieva la spazzatura, con una enorme bocca d’acciaio spalancata dietro; si fermò, spensero il motore. Papà indossava una mascherina bianca… di quelle che si mettono i dottori in ospedale: si era precipitato accanto alla grossa buca d’acciaio ed aveva preso a scattare una foto dietro l’altra. Un fetore mai sentito impregnava l’aria. Abbandonai il mio nascondiglio e saltai giù anch’io… proprio mentre cominciava la strana processione.

Dall’interno di un enorme palazzo bianco, da un portone grande come l’entrata di una scuola con una saracinesca mezza aperta ed arrugginita, cominciarono ad uscire degli uomini, neri, molto magri, pantaloncini corti strappati, facce scavate, sguardi rassegnati. Ognuno di essi reggeva in mano — sollevato da terra — un animale morto; erano scimmiette, nude; le reggevano per le zampe posteriori, accartocciate in un pezzo di giornale… e le zampette anteriori oscillavano, quasi toccando per terra. Papà, nel frattempo, continuava ad azionare il flash: a volte faceva cenno con una mano — ad uno degli uomini — di fermarsi, scattava, poi il poveraccio si trascinava accanto al grosso imbuto di acciaio, ci buttava dentro la scimmietta, a capo chino tornava indietro conservando in mano il pezzo di giornale che gli serviva per andare a prendere altre povere scimmiette. Ma in quegli animaletti c’era qualcosa che non andava: non avevano peli… E le manine che quasi toccavano per terra… erano chiuse a pugno, ed io non avevo mai visto farlo ad una scimmietta in quel modo. Mentre papà continuava a scattare foto, io feci qualche passo avanti, avvicinandomi alla strana processione. Uno dei neri — accorgendosi di me — si bloccò con il suo animaletto in mano. Puzzava in modo orribile… ma io allungai le mani e caddi in ginocchio: fra le mie dita calde e bianche, presi una manina nera, penzoloni, stretta a pugno: cercai di aprirla, ma non ci riuscii. Gli occhioni dello scheletro oscillavano con la testa, sembrava mi fissassero: era un bambino… non erano scimmiette, erano bambini… bambini morti… e li seppellivano in quel modo… li buttavano in un camion della spazzatura…

Tremavo per l’orrore, la puzza nauseabonda mi bloccava il respiro… eppure non ce la facevo ad abbandonare quel piccolo pugno stretto che gridava, quel pugno che non voleva schiudersi nella mia mano: quelle dita non volevano la mia tenerezza.

Dovette correre mio padre e costringermi con la forza ad abbandonare quella piccola mano. Mi mordevo le labbra, occhi inondati di pianto,  tremavo sconvolta. Mio padre mi sollevò con la forza, cercò di baciarmi con la sua mascherina bianca, lo schivai, presi ad urlare, a graffiarlo: mi ficcò in macchina con la forza, partì come un razzo, inferocito.

Avevamo lasciato da poco l’abitato, e dietro una collina, proprio davanti a noi, un sole rosso cominciò a spuntare: mio padre bloccò l’auto, si tolse la maschera: aveva la faccia stravolta dalla rabbia. Scrollava la testa. Poi sembrò calmarsi, sfoderando un ghigno di comprensione, di perdono: provò ad accarezzarmi… ma io lo sfuggii scalciando, gli chiesi urlando di che epidemia fossero morti tutti quei bambini! e perché non li seppellivano come tutti i bambini del mondo!

“Ma quale epidemia! Muoiono di fame, a milioni… e per colpa dei genitori! Quegli incivili possono a malapena tirare a campare loro, ed invece ogni coppia cinque, dieci, quindici bambini! Bella roba… È chiaro, poi, che per cimitero si possono permettere appena un camion della spazzatura…”

Io continuavo a piangere, a tremare. Ma la mia voce non tremò: “Davanti a me, mentre in TV premiavano la tua campionessa di sci con la medaglia d’oro, mentre si alzava la bandiera   del tuo paese, mentre si sentiva l’inno del tuo paese e la campionessa, emozionata, piangeva… di fronte a me tu hai pianto. Nel salotto di casa, due settimane fa, tu hai pianto. Ma poco fa, mentre fotografavi quelle creaturine, il tuo sguardo era freddo: non un segno di emozione. Tu sei un mostro, papà…”

L’alba esplose in un polverio rossastro proprio mentre lo schiaffo mi azzittiva. Ma non mi stupii. Come non si stupì lui quando più tardi, all’hotel di cinque stelle, trovò la gabbia della scimmietta aperta e vuota. Come non si stupì quando, negli anni a venire, non mi tagliai mai più la mia treccia bionda.

 

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