Ho conosciuto Enza, virtualmente parlando, grazie ad una sua lettera al signor Politi, direttore di Flash Art.

La lettera chiedeva se fosse possibile fare arte anche in provincia e lontano dai percorsi classici delle gallerie stranote. La risposta di Politi in sostanza rispondeva picche: o sei nelle grandi città e frequenti artisti e gallerie oppure non fai Arte, ma tutt’al più arte.

Sono andato a vedere i lavori di Enza (perché, segnalo, al sig. Politi ed ad altri, Internet non ha cambiato solo il modo di lavorare degli uffici e delle banche, ma anche il mondo dell’arte – l’annullamento dello spazio fisico e la possibilità di dialogo anche a grande distanza apre l’arte e gli artisti e cambia il paesaggio cui i vecchioni erano abituati).

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Sono lavori monocromatici, giocati su tinte forti e in particolare sul nero, a ricordare, immagino, la sua terra d’origine, quella Puglia e quel Salento fatto di luce abbagliante e contrasti decisi. Su quegli sfondi Enza introduce pochi elementi decorativi e/o poetici, simboli, una casa, delle calle, e soprattutto scritte, scritte chiare, potenti, a caratteri standard, da lettera anonima, da stampa di ciclostile, una parola, chiara, decisa, quasi un urlo o un annuncio unite, alle volte ad altre scritte in corsivo, eleganti, nero su nero, più evocative, più poetiche, quasi ad intendere che oltre a quel che normalmente si vede c’è sempre dell’altro, una vita nascosta, una musica nascosta, un ritmo che traspare e che solo l’occhio attento sa cogliere.

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A dispetto, infatti, del monocromatismo e delle parole urlate, i lavori di Enza sono da cogliere, come tutta l’arte, nei particolari, nello studio attento dell’insieme, delle piccole cose e nei piccoli segni posti gli uni accanto agli altri. Enza Miglietta lavora sui segni intesi come simboli, segnali, lavora, cioé, sul significato che un insieme segnico può assumere e scandagliare a proposito del tema prescelto per l’opera. Evoca, quindi, non tanto e non solo immagini, anche certo, ma soprattutto idee e mondi poetici. Nella sua pittura non si trova quindi il segno quale espressione della mano (il segno di Pollock o la mano di Picasso, tanto per intenderci), ma solo insieme di segni codificati, parole, linguaggio, simboli.

Non per questo i suoi lavori sono meno potenti nella evocazione e nel richiamo.

Questo suo modo di dipingere, di approcciare il lavoro artistico, mi induce a chiedermi, nelle assonanze che ritrovo con altre pittrici amiche, se esista oggi una via femminile alla pittura ben distinta da quella maschile, in questo affatto diversa dagli esempi che la storia della pittura ci ha offerto.  Se pensiamo alla somma Artemisia Gentileschi nella sua pittura si fa fatica a distinguere un femminile, un approccio femminile alla pittura che possa essere suo caretteristico e precipuo e distintivo dai suoi contemporanei. Il modo di dipingere era lo stesso, i temi li stessi, i colori simili.

Enza Miglietta, e con lei altre pittrici, invece, mi pare, ha un carattere femminile nella sua pittura, carattere che è ironia, danza, sorriso e soprattutto distanza da ogni violenza del tratto o del tema. E ancora utilizzo in misura maggiore e precipua del linguaggio segnico già noto con rinuncia implicita alla tentazione di crearne uno proprio, che non stia nella novità dell’assemblaggio specifico.

Ma è così? Esiste una via femminile alla pittura oggi?

Me lo richiedo perché io per primo sono allergico a questo genere di ragionamenti che fa del femminile e del maschile non una declinazione dello stesso essere umano, ma quasi due diversi “animali”. Eppure alcune assonanze le colgo. Ma è davvero così? Ai posteri, si diceva, l’ardua sentenza.

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