Come si sa (persino io ne avevo dato notizia) è in corso a Napoli una mostra di Schnabel, artista che annovera nel proprio curriculum una intensa attività pittorica e importanti incursioni filmiche.

Il suo agente (presumo) ben conscio dei meccanismi delle comunicazione di massa, gli ha consigliato in questo periodo di rilasciare interviste a vari giornali.

Una di queste campeggiava sul Corriere nazionale qualche giorno fa.

In essa il nostro propugnava un ritorno alla pittura-pittura. Dopo anni di installazioni, diceva, bisogna tornare ai quadri (non fosse altro perché quelli, sei nuovi suoi quadri, erano esposti a Napoli).

Figuriamoci se non sono d’accordo. La pittura ha una propria specificità che va al di là del suo carattere “illustrativo”, riposante per definizione, e al di là del suo essere “immagine”, “l’immagine” di cui parlava Bacon, ma che di quei caratteri fa un tutt’uno con la materialità dell’oggetto pittorico, del quadro, e con le riflessioni sociali o filosofiche che il pittore sa cogliere e sviluppare.

Questo insieme è pittura ed essa ha un valore a prescindere dai confronti/scontri con le altre arti, cinema, scultu, video e installazioni.

Essendo Schanbel, però, anche regista cinematografico qualche domanda verte anche sul rapporto tra pittura e cinema.

E proprio su questo Schnabel sviluppa forse il concetto più interessante di quel colloquio, in particolare  quando osserva che l’investimento richiesto per godere di un film è da un lato decisamente maggiore da ogni punto di vista (sia per chi lo realizza, ovvio, ma anche per chi lo guarda, dato che ci obbliga a due ore di immobilità e silenzio) e dall’altro più effimero, stante che la velocità di fruizione e la sua durata impediscono, spesso, di coglierne appieno la bellezza, o, menomale, la bruttezza.

Un quadro e una scultura, viceversa, permettendo fruizioni ripetute nel tempo massimizzano un investimento già di per sé di modesta entità (qualsiasi prezzo abbiate speso per un’opera si converrà che esso è nulla rispetto a quanto di paga per vedere un film, al termine del quale nulla rimane se non il ricordo – per averne una riprova pensate all’idea di volervi comprare l’originale e unica copia di un film: quanto costerebbe?!)

Ma è soprattutto la possibilità di fruizioni ripetute nel tempo che affascina: un quadro lo si può vedere e rivedere (facilmente) ed ogni volta, come insegna Barthes, coglierne nuove interpretazioni e segni e idee e sentimenti.

Se il sottolineare questa ovvietà non determina di per sé una supposta superiorità ne coglie però certamente una caratteristica che i notai e gli avvocati (e i filosofi per primi) definirebbero essenziale dell’essere opera d’arte. La facilità di fruizioni ripetute nel tempo. Come un’alba o un tramonto o il viso della persona amata.

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