Ieri sera per distrarmi da un periodo personale veramente cupo, sono andato con mia moglie a vedere la mostra di Monet a Palazzo Reale a Milano.

La mostra è dedicata alle ninfee, ovvero al tema che ossessionò Monet durante gli ultimi 3o (scarsi) della sua vita.

Una ventina di quadri, molte stampe giapponesi, interessanti commenti, scritti, riflessioni alle pareti.

Peccato (da un certo punto di vista, quello pittorico, intendo) che ieri sera, come tutti i giovedì, dalle 21 alle 22 fosse in corso una lettura di poesie di Baudelaire con commento musicale per violino solo. Peccato, dico, non per la qualità dell’interprete femminile delle poesie e del musicista (bravi), ma perché, piazzati come erano loro e il loro pubblico nella sala cinque, non hanno permesso di ammirare le tre grandi tele della sala stessa.

In ogni caso, mi hanno colpito quattro cose: uno scritto e tre quadri.

Lo scritto, tratto dal primo libro sulle ninfee di Monet scritto da e pubblicato sotto gli auspici del signor Clemenceau, giornalista e politico francese, nonché primo ministro della Francia degli anni a cavallo della prima guerra mondiale, riferisce dello stupore provato osservando Monet osservare con attenzione infinita le cose intorno a lui, quasi che vi scorgesse realtà e mondi invisibili agli occhi dei più. Stupore e impressione confermato da Monet stesso che racconta come al capezzale della moglie morta lui nel dolore fosse comunque ossessivamente attratto dal capire quali colori la morte aveva posato sulla fronte della donna.

Ossessioni. Gli ultimi anni di Monet sono la cronaca di una ossessione? Sono la cronaca del grande artista, conscio della propria importanza e fama, che gioca alla ossessione e ne viene travolto?

I quadri invece sono quelli che chiamerò “la barca”, “le rose” e una versione del ponte giapponese.

Partirò dall’ultimo, il ponte giapponese. Era uno dei temi ossessivi di Monet. Lo avrà dipinto decine di volte, iniziando da versioni impressioniste classiche per arrivare a quelle mostrate a Milano, nelle quali la forma e l’immagine si è disfatta nella materia. Grumi di pennellate appesantiscono la tela. Il colore va su il colore. Il pennello torna sul pennello. Materia su materia, in un gioco i cui rimandi ad alcune prove di artisti spaziali e concettuali che mischiarono Pollock e Monet sono lapalissiani.

Le rose, invece, sono un esempio, credo, di un suo modo di lavorare. Osservandolo da vicino, immagino un fondo azzurro cielo leggero, leggero, steso con uniformità, sopra il quale con pennellate veloci ha disegnato i rami e l’architettura generale. Poi la pennellata si è fatta corta, ansimante, nel definire e scolpire le rose, tante, belle, colorate. Ed infine un bianco denso a coprire la parte inferiore e centrale del quadro a rappresentare, nel bianco mischiato all’azzuro tenue del fondo, quelle volte in cui il cielo e la luce entrano prepotente nel campo visivo e la cosa veduta, le rose, si stagliano in questa luce tattile, così da risultarne ancor più poste in rilievo.

La barca, infine, è il primo quadro che si trova entrando a destra nella mostra. Un quadro degli anni prima del nuovo secolo. Un quadro tendenzialmente buio, dove pennellate nervose insistite, sovrapposte, colorate, rendono o cercano di rendere l’acqua del lago intrisa di alghe multicolori sul fondo. Sopra la barca biancheggia, ricoperta  in parte da rami fioriti.

La luce, la nostra visione è tessuto di colori, sempre.

Annunci