L’altro giorno a proposito di Capogrossi dicevo che ci sono artisti che fanno dei salti, come acrobati, che lasciano il noto e si lanciano verso ciò che ancora non c’è.

Questo mi venne in mente la prima volta che vidi i quadrati di Malevich, artista che fin lì avevo conosciuto e amato come esponente russo di un filone vagamente legato al futurismo e al cubismo, con tutta una sua poetica post rivoluzione legata ai contadini (più che agli operai, terreno di caccia del grande Leger).

Poi a Roma in via del Corso ad una mostra di cui non ricordo altro, ho visto un quadrato nero di Malevich. Ne ricordo con esattezza l’emozione. 1915. Questa è la data, una delle date. Nel 1915 questo signore dipinse quadrati monocromi neri. Altri rossi. Nel 1915. Lo ripeto perché se uno non ha in mente la data perde l’essenziale, ché oggi la monocromia non fa scandalo, è arte nell’arte, ma allora?

Malevich in questo fu solo rigoroso, essenziale. Le opere suprematiste che stava componendo con piccoli e giocosi quadrati e rettangoli di vario colore lo portavano lì. Bisogna solo avere la forza di farsi condurre, senza dar peso a niente altro se non alla pittura.

Rothko era lì con lui? Il grande Rothko con le sua grandi campiture di colore, tristi e leggere ad un tempo? No. Rothko era un ragazzino nel 1915 ed era appena emigrato in America, anche se è probabile che vide qualcosa di quanto esposto a Venezia nel 1924, quando lì Malevich all’apice della sua fama espose ancora altri quadrati.

Salti, fortune, sfortune, abbandoni e dimenticanze per poi riprendere, ritrovare. Tentativi, tentativi e ancora tentativi come il protagonista di quel romanzo di Malamud che cancellava sempre quanto aveva prodotto alla ricerca dell’immagine perfetta.

Malevich in vita sua fece molti tentativi, seguendo ciò che veniva dall’occidente, ma i quadrati, i quadrati neri del 1915 sono solo suoi.

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