Capogrossi è stato un signor pittore. Come abbia fatto un signore che prima della guerra dipingeva caldi paesaggi e altrettanto calde figure femminili ad arrivare ad un linguaggio che anticipava nettamente ogni discorso sul segno è per certi versi un mistero.

E’ vero all’estero negli anni cinquanta c’era i fermenti della action painting, di un gesto pittorico imperioso, energico, così come in Francia qualcuno impazziva di piccole icone che invadevano la spazio pittorico, ma lui, Capogrossi, imponendo spesso il silenzio intorno al segno, codificandone la morfologia, facendone una icona del graffitismo primitivo ha aperto la strada ad altri ed ha introdotto in pittura un suono, un accordo, che girando e rigirando e introducendosi nelle orecchie dei pittori credo possa aver influito anche e soprattutto ben al di là dei confini nazionali.

Rimandi della sua pittura, dei suoi dialoghi tra segni io li vedo, infatti, sia in Basquiat (che certamente non lo conobbe se non forse per sentito dire) e in Haring, che con le sue frequentazioni giovanili italiane potrebbe al contrario averne avuto sentore diretto.

Ma qui per andare oltre si dovrebbe introdurre un tema che va ben oltre le mie forze e che quindi accenno soltanto rimandando a quanto è noto accade nelle scienze. Capita spesso, si sa, che matematici o fisici giungano negli stessi anni alle stesse conclusioni a centinaia o migliaia di chilometri i distanza e ignorandosi completamente. In arte non capita lo stesso? Non è capitato lo stesso? L’indvidualità dell’arte lo impedisce? Non credo. Ognuno declina la musica, e l’arte, come meglio crede adattando gli stimoli di cui si nutre al proprio personale sentire, cosa che non impedisce a chi guarda di riconoscere i tratti comuni, le radici comuni di un riflettere, in questo caso squisitamente pittorico, che è la materia vera e viva del lavoro di qualsiasi pittore.

Poi ogni tanto ci sono i geni, quelli che saltano le generazioni, che tracciano strade che nessuno ha ancora visto. Penso ad un certo Goya. Penso al Turner dei ghiacciai. Penso a Piero della Francesca e a chissà quanti altri (non tanti).

Capogrossi per alcuni versi fu uno di questi, tanto originale fu il suo lavoro nel dopoguerra (quanto bello, intenso, ma comune, era il suo degli anni trenta e quaranta).

PS: l’ignoranza regna sovrana, si sa, ma leggere sulla mia tanto amata wikipedia che il nostro era “Esponente della Scuola romana, quindi, Capogrossi fu una figura di notevole rilievo nel panorama dell’informale italiano insieme a Lucio Fontana, Alberto Burri ed Emilio Scanavino.”  Quante castronerie in una sola frase, no?

 

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