La galleria Stephen Foster di New London (USA) (un posto “poco” a nord di New York) commercia e rappresenta vari artisti tra i maggiori dell’arte che fu e dell’arte che è.

Tutta l’arte del novecento vi è rappresentata, europea e americana, e un giro sul suo sito è altamente consigliabile, specie se si capisce l’americano.

Ebbene sfrucugliando le pagine del sito e ammirando i vari quadri appare evidente la duplicità delle nostre comuni radici artistiche.  Gli anni sessanta sono stati anni di ricerche continue, incessanti, che hanno spaziato in tutto lo spettro del “fare arte”, muovendosi dall’impressione, dal surreale e dal concettuale di Monet, Ernst e Duchamp per continuare a capirli e ralizzarli meglio, sempre meglio.

I due esempi lampanti sono Kline e Jensen.

Il primo rappresentante dell’action painting, con i suoi segni neri, ampii, energici, segnici, che definivano l’oggetto o la visione in maniera ipnotica, ma certamente anche rigorosa, seria, per certi versi dolorosa, frutto di una riflessione sul vedere e sul fare pittura che, lottandovi contro o a favore, come chi nuoti in un mare agitato, parte comunque dalla dintegrazione luminosa delle ultime nifee di Monet, per annullare ogni cosa nel gesto imperioso del pittore.

Il secondo che dei concetti e delle provocazioni del dadaismo assume la parte giocosa e gioiosa, per realizzare oggetti d’arte ironici, buffi, divertenti, a volte disarmanti.

Cosa prevalga oggi, cosa serva oggi per vedere e osservare il mondo che ci circonda è difficile dire, ma certo è che l’ironia e il distacco, la separazione e il coinvolgimento sono alcuni degli elementi costitutivi dell’arte contemporanea.

Oggi un moderno mecenate? Dovesse scegliere solo una delle opere, quale sceglierebbe? Cosa si metterebbe in casa?

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