Nel periodo in esame, un altro poeta vive “la stessa crisi di inabilità del mondo”: Umberto Saba. In lui, però, la parola non è (come per gli Ermetici) “una sorta di missile partito da un fondo ignoto e destinato a perdersi nell’infinito dopo averci sfiorato”. Il poeta triestino, piuttosto, ponendosi al di fuori di qualsiasi classificazione (anche solo sospettata), infonde nei suoi versi migliori la capacità di rappresentare un “universo di oggetti, persone e sentimenti in una luce che non è già quella crepuscolare – scrive Franco Fortini – ma pomeridiana, ancora tutta attiva seppure già pronta alla propria dissoluzione”. Oltre questa tendenza “volta a fissare il mondo esterno in una condizione visivamente oggettiva”, tuttavia, in Saba se ne avverte un’altra, tesa alla rievocazione, sottile e affettuosa, del “tempo e delle avventure del proprio ‘io’ più profondo”. Un esempio significativo di tale duplicità espressiva è costituito dalla lirica Cucina economica.

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